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PIO XII: una figura controversa

interventi di

Prof. Agostino Giovagnoli
e
Prof. Giovanni Miccoli

Il Pitigliani, Via Arco dei Tolomei 1

17 gennaio 2012
ore 20,30


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Pluralità e pluralismo

di Aldo Zargani, Lettera Internazionale, n.54

Tutti, io comunque senz’altro, utilizziamo per anni parole sbagliate perché non c’è chi le corregga. Quando finalmente interviene la correzione: “Guarda che si dice...”, superato lo stadio della vergogna, talvolta sopravviene una intensa modificazione, fulminea, elettrica, istantanea, del modo di pensare, e dolorosa, tanto la luce dentro è accecante.

Io, da anni, formulavo la frase: “L’ebraismo è pluralista”, quando Amos Luzzatto, guardandomi negli occhi per godersi la devastazione che stava per inferirmi, mi disse: “Guarda che l’ebraismo non è affatto pluralista, è plurale” .

In pochi istanti tutto tornava al suo posto in un gioco ai quattro cantoni, rapido e conturbante. Micol, la regina, si vergognava di Davide perché ballava tutto nudo – in base a quale rito tribale dimenticato? - per la contentezza di aver recuperato l’Arca Santa; i Profeti venivano incarcerati e uccisi per aver detto quel che gli spettava a Re e Sacerdoti; Benedetto Spinoza, Teodoro Herzl, gli askenaziti, i sefarditi, la famiglia Rotschild, Bela Kun, il gangster Stavinsky… l’elenco delle contraddizioni fatte carne, Logos compreso, riempirebbe un’Enciclopedia.

L’innegabile pluralità giudaica ha rappresentato per i persecutori, ma anche per i perseguitati, il leit-motiv della reductio ad unum o perfino del complotto mondiale ebraico. La pluralità ebraica che non riesce a sbocciare in pluralismo, viene infatti vista dai nemici come un oscuro complotto. Tralascio l’ormai desueta connivenza tra bolscevismo e capitalismo ai danni degli idealisti popoli ariani: il bolscevismo è spirato nel suo letto, l’idealismo anche, i popoli ariani non si vedono più in giro da tempo e il capitalismo ha oggi assunto lo stranissimo aspetto di una tigre con gli occhi a mandorla senza neppure lo stiffelius sul testone a strisce gialle e nere. Eppure, fra i rigagnoli maleodoranti di Gaza digrignano i denti guasti per la denutrizione gli adepti di Hamas che settimanalmente abbruciano bandiere israeliane e americane gridando: “Gli ebrei tornino da dove sono venuti, a Manhattan”. Gli ebrei sono sempre venuti da qualche altra parte ed è proprio lì che debbono tornare quando vengono considerati, come purtroppo avviene, una paurosa entità multicefala, imprendibile ed evanescente nella sua pluralità orba di pluralismo.

Sì, perché gli ebrei si sono sempre vergognati della propria innata pluralità, e ognuna delle loro fazioni ha sempre ritenuto di essere essa l’unica erede del potente messaggio proveniente dall’aldilà attraverso una serie di patti che dicevano chiaramente quali erano le regole, ma ancor più chiaramente di: prendere a calci i samaritani, chiamare mamzèr, cioè bastardi, gli ebrei indiani che osano non aver neppur conosciuto il Talmud, estendere questa scarsa considerazione agli etiopici, se possibile ai sefarditi, certamente a tutti coloro che ignorano le mithzvot, o anche una sola delle seicentotredici. Ben corrisposti, perché per un ebreo occidentale o sefardita quelli polacchi non sono ebrei, ma fanatici orientali. Mai nella Storia nessuna delle fazioni ha preso il sopravvento, ove si escluda quella cristiana, che oggi si guarda indietro smarrita e dice: “Ma che ho fatto, che ho fatto! Sì, è vero sono io il verum Israel, ma ce ne sono altri sette od otto, tutti veri. Come rimediare? Facciamo finta, attraverso un’apposita commissione, che non sia mai esistito Sant’Ambrogio” (condannato dall’imperatore Teodosio, credo, per aver incitato la folla a demolire una Sinagoghetta).

Il male non è tipicamente ebraico, intendo quello della pluralità senza pluralismo, e spesso infetta le idee politiche: la sinistra è stata sempre e sonoramente e ovunque battuta per aver negato il proprio pluralismo, ma le idee sono idee, e i popoli hanno rispetto alle idee un difetto gravissimo: essi sono praticamente ineliminabili, sopravvivono quasi in eterno, stracciati, raminghi e dimentichi, anche quando la pluralità che li sottendeva è svanita da secoli. I Curdi che vogliono a tutti i costi risiedere in Germania passando per Lecce sono i discendenti dei Medi, l’Impero plurilingue che scrutava le stelle e identificava le costellazioni. Se un popolo plurale rinuncia al pluralismo lo considera una iattura lo perseguita, è praticamente spacciato, ma poiché è eterno si costringe a disdette, sventure, sofferenze in attesa dell’avvento di nuove ere. La seconda casa in campagna viene acquistata ufficialmente perché “c’è l’aria buona, lì”, ma in realtà perché l’acquirente spera di lasciare, una volta alla settimana, i reumi in città. Consideriamo pure la pluralità una affezione reumatica, ma teniamo presente che essa è ineliminabile.

Solo gli Imperi hanno accettato la pluralità, ma assai raramente si sono fondati sul pluralismo. Credo di non sbagliare di molto affermando che gli unici imperi pluralisti sono l’impero romano e quello americano. Il primo durò moltissimo, e il secondo sembra assai ben avviato.

Nemici giurati degli imperi e del pluralismo sono stati, e sono, i nazionalismi: contiguità territoriale, unità di razza, unità linguistica, unità culturale, unità religiosa. Tutte queste unità che sussistono solo nel mondo dei sogni, vengono trasferite sulla carta, che si trasforma in pugnali, che poi provvedono loro a ripristinare l’ambita unità. Se, com’è avvenuto, l’Ungheria contiene tutti gli ungheresi, finisce per essere inquinata da entità spurie: slovacche, tedesche, croate, albanesi. I Balcani costituiscono l’esempio ai nostri giorni del delirio nazional-religioso senza fine: se i confini tagliano fuori parte del Popolo, questa viene rimpianta come irredenta.

Quando fu fondato lo Stato di Israele, i fondatori materiali furono gli abitanti dell’Yshuv, cioè i cinquecentomila ebrei di Palestina, che già consideravano la Diaspora come un’entità da dissolvere. Non se ne accorsero loro, non se ne accorse la Diaspora, ma nel 1948 scoppiò in seno all’ebraismo una rivoluzione del tipo di quelle del 1848 in Europa. La Diaspora era l’Impero, plurale e perfino un pochino pluralista, lo Stato di Israele che andava nascendo nel sangue dei combattimenti, ventimila morti su cinquecentomila abitanti, era lui l’erede dell’Impero crollato con la Shoah. Il nazionalismo degli israeliani era rafforzato, semplificato dal socialismo di Ber Borochov: la piramide sociale si raddrizzava, gli ebrei si redimevano “tornando” lavoratori, preferibilmente dei campi di Palestina.

Un mio amico che visitò Israele nel 1950, mi raccontò di non aver incontrato nessuna persona che non vestisse i pantaloni corti e non calzasse i sandali. Allora evidentemente i pochi caffettani sdruciti e stinti di Mea’ Shearim erano trasparenti e invisibili: una piccola, piccolissima minoranza di ultraortodossi che rifiutavano il sionismo, lo Stato di Israele e speravano nella vittoria finale degli arabi.

C’era un’altra piccola minoranza, quella dei sionisti religiosi, preziosissima perché il neonato Stato socialdemocratico rifiutava la cultura dell’Europa, sostituendola con canzonette che celebravano i propri eroismi di cinquant’anni prima, al massimo. La sua cultura, la sua civiltà e il rifiuto dell’Europa rinnegava la Diaspora alla quale sostituiva una socialdemocrazia collettivista stralunata e tecnologica, molto oltranzista a sinistra nella sinistra sociale, ma scarsa di passato e forse anche di idee. Parlo del kibbuz, ovviamente, dell’educazione collettiva, dell’abolizione del denaro nonché dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nasceva così il paese dei contrasti indicibili, meravigliosi e affascinanti: i caffettani dell’Est europeo, le polo kaki dei kibbuznikim, gli arabi, i beduini, i drusi, i samaritani, gli ebrei tedeschi in pince-nez, i russi e la vodka a garganella. Pluralismo? Nemmeno per sogno: una pluralità nella quale ciascuna monade era cieca e non vedeva le altre. Ognuno costituiva l’alibi folcloristico di tutti gli altri e niente di più, probabilmente. Lì nasceva il mito della indivisibilità della cultura ebraica, che dai laici in divisa kaki era immaginata come una specie di ebraismo innato, di una transmorale empirea che intrideva di sé socialismo e democrazia, imprenditorialità e tecnologia, scienza e nazionalismo. Per i religiosi tutto era assai più semplice: coloro che non seguivano le mitzvoth cioè gli obblighi, non erano ebrei, tutto qui. Talvolta conveniva dirlo, tal’altra era meglio tacerlo. Meglio le mance.

Intanto arrivavano gli ebrei arabi, dal Marocco, da tutto il Nordafrica, dall’Irak, gli ebrei indiani dall’India, quelli persiani dall’Iran, e iniettavano nel paese russotedesco dosi potenti di orientalità: amuleti, miracoli, maledizioni efficacissime, odio cieco per gli arabi non ebrei.

Chi rilegge le vecchie copie consunte del mensile Hechaluz dei socialisti sionisti italiani dei primissimi anni Cinquanta scopre stupefatto che allora in Israele si parlava di Costituzione, di Costituente, ma l’argomento svanì, quando e come non ha molta importanza, svanì assai presto perché il rabbinato ortodosso, i fanatici di Mea’ Shearim, gli ebrei arabi chiamati eufemisticamente sefarditi (cioè spagnoli), o mizrahim (cioè orientali) di Costituzione non volevano neppur sentir parlare essendo la Torah e il Talmud Corpo costituzionale eterno del popolo d’Israele. Ogni e qualsiasi altra Carta risultando un’infamia, una indegnità pagana inammissibile.

Del resto, per la classe dirigente laica russopolaccotedesca faceva assai comodo governare la riottosa minoranza araba, e anche la sconvolgente maggioranza ebraico-araba, lasciandoli sì blaterare di Corano, Talmud e Torah, ma utilizzando con efficacia le leggi dell’Impero turco tuttora in vigore e quelle del periodo mandatario britannico, poverissime entrambe di afflato folclorico, ma efficacissime nell’occhiuta repressione. Il Palestine Order in Council diede riconoscimento a undici comunità religiose. Emanato dagli Inglesi nel 1922, su ispirazione delle leggi ottomane, si rivelò preziosissimo al nuovo Stato per creare compartimenti stagni incomunicanti fra i cittadini delle varie confessioni. Fu così che lo Stato di Israele, colonia rivoltosa della Diaspora, si trasformò anche nell’Impero di se stesso mediante l’estraneità turca e quella inglese. Di Costituzione non si parlò più. E venne fuori uno strano Stato per metà o più democratico, per metà o più teocratico, che gli illusi come me vedevano come una specie di Inghilterra, teocratica in teoria ed empirica in pratica. E poi agli atei dei kibbuz che gli importava dell’inesistenza del matrimonio civile, visto che loro non si sposavano se non nella ferrea legge morale della monogamia più totale? Il matrimonio religioso divenne sempre più una triste realtà necessaria, per esempio quando si voleva divorziare in quanto la religione ebraica contempla il divorzio, che è più necessario del matrimonio, perché il disamore comporta divisione dei beni, dei figli e eradicazione dei rapporti. Insomma in Israele non solo non nacque una Costituzione, ma neppure una divisione della Chiesa dallo Stato, primo perché gli ebrei non sono una Chiesa, secondo perché i religiosi sono pochi, innocui e folcloristici, terzo perché la crescente minoranza araba avrebbe potuto avere attraverso un riconoscimento religioso, una presenza statutaria pericolosissima nel paese plurale ma non pluralista in guerra perenne con tutti i suoi vicini. ‘Ein breirah, non c’è scelta.

Questa è la minestra, che forse è persino più trita di così: è una ribollita. E adesso bisogna vedere i germi che la acidificano. Primo: la minoranza laica europea ha perso senza accorgersene il controllo dello Stato di Israele, e quindi l’Impero di se stessi non funziona più. Secondo: le guerre con gli arabi, i sanguinosi attentati dei loro estremisti hanno fatto perdere la speranza nella pace ai più, e contribuito alla creazione di bande di ossessi assolutamente incoercibili. Terzo: la Guerra Fredda è finita e con essa la superiorità di Israele sugli arabi, fonte della reciproca arroganza. Quarto: la corruttela, l’esenzione dal servizio militare, il conformismo hanno fatto crescere la minoranza religiosa, l’hanno fatta radicalizzare tanto che oggi una ventina di ultrà religiosi occupano, anzi usurpano, i seggi alla Kenesseth, assetati di prebende. Quinto: il troppo stroppia, e perciò le possibilità di assorbimento culturale politico ed economico delle nuove ondate di immigranti si vanno rapidamente esaurendo. Sesto: una piccolissima minoranza di ultrarigoristi, ultranazionalisti si è messa a uccidere primi ministri ebrei, assassinare arabi, odiare senza limiti in nome di Dio l’intera umanità, e dentro di essa gli ebrei che non sono disponibili a tanta vergogna. Sì, ci sono i thugs ebrei, con la loro dea Kalì, e per capirli rinvio ai rivelatori romanzi di Salgari: i tigrotti di Mompracem sono assediati dagli strangolatori idolatri ebrei e mussulmani. Settimo: in tanto sfacelo il rabbinato ortodosso di Gerusalemme ci inzuppa il pane, dichiara Israele un paese di goim che parlano ebraico e tenta con ogni mezzo di espellere dall’ebraismo intere comunità. È questa la situazione complessiva circa la quale Sir Isaia Berlin, poco prima di morire, affermò sconsolato: “Se nella nostra Israele si afferma una congerie di bigotti, assolutisti, fanatici assassini religiosi, uguale a quella degli ultraislamici, a che scopo parteggiare per gli uni o per gli altri?”

La pluralità non pluralistica, fonte di divisioni, dilaga nella Diaspora: milioni di americani riformati o conservativ subiscono l’interdetto e sono proclamati non ebrei, vengono messe in discussione le conversioni dei rabbinati di vari paesi, compreso quello italiano, considerato lassista. I rabbini di tutto il mondo tremano al pensiero di fare la fine di quelli abissini, o etiopici o falascià: infradiciarsi con le loro redingote nei bagni rituali che li attendono tiepidi e minacciosi se solo osano alzare protestando le loro barbette.

Nel 1995 si è tenuto un seminario a Zvenigorod in Russia della Memorial Foundation, istituita da Nahum Goldman nel 1965. Gli elementi essenziali dell’essere ebreo sarebbero dunque: la religione, il senso di appartenenza, il senso di responsabilità verso gli altri ebrei, l’osservanza dei precetti, agire eticamente, la centralità di Israele, il ricordo della Shoah, la stirpe, le lingue - l’ebraico, l’yiddish o il ladino -, avere figli ebrei, avere amici ebrei... e altro ancora. A Zvenigorod qualcuno ha proposto di chiamare ebrei coloro che presentano insieme e ben salde tutte queste caratteristiche, e ebreiformi quelli ai quali ne manca qualcuna.

Che fare? Cioè che cosa debbono fare coloro i quali ci tengono a essere ebrei, pur mangiando il pollo cotto nel latte di sua mamma? Quegli ebrei che, come me, di Sabato vanno al mare e si fanno delle robuste nuotate senza avvedersi che le goccioline che rimangono sulla pelle, venendo portate via dalla struttura acquatica costituiscono un lavoro che spezza la sacralità del Sabato?

Che fare? Al di là di ogni immediatezza politica che lasciamo volentieri ai professionisti? Primo: salvare le proprie comunità della Diaspora dall’esclusivismo religioso rievocando il pluralismo delle Comunità italiane che rappresentano tutti coloro che sono iscritti e pagano le tasse, compresi dunque noi, i disprezzati ebreiformi. Secondo: farla finita, una volta per tutte, con l’ignobile interdetto che ha già silenziosamente espulso dall’ebraismo riformati e conservativ. Terzo: lottare disperatamente perché in Israele la Chiesa venga separata dallo Stato, tappandosi le orecchie quando gli osservanti ribattono la loro tiritera: che gli ebrei non possono essere laici, che Israele è uno Stato speciale, che gli ebrei sono speciali, che l’ebraismo è un quid unicum. Obiettivo del sionismo è la normalizzazione del popolo ebraico, quella normalizzazione che con tanto astio viene guardata dai religiosi e chiamata assimilazione mentre assimilazione non è. Quarto: battere il governo pastrocchio di Nethanyau che allea fascisti e clericali e che si offende se lo si dice. Recentemente Nethanyau ha piagnucolato: “Clinton mi tratta come Saddam, non mi vuol più vedere! Sono offeso non per me ma per il popolo ebraico”. E intanto Clinton, che non ha tempo per vedere Nethanyau e rievocare con lui la sua castrante yiddische mutter, si intrattiene con Lea Rabin, Shimon Perez, che, nonostante il parere dei rabbini degli amuleti e delle maledizioni, continuano a far parte del popolo ebraico.

Non bisogna essere estremisti, nemmeno estremisti laici: siamo a favore di tutti, salvo che degli assassini kamikaze, siamo moderati, amici di Clinton, di Weizman, di Perez e non vediamo nemmeno noi differenze così impressionanti fra Nethanyau e Saddam, salvo i baffi e il baschetto nero.

Siamo favorevoli alla pace con i palestinesi, e vogliamo che con essi si tratti come se non ci fosse il terrorismo e che si combatta il terrorismo come se le trattative non ci fossero. Parola di Rabin.

Debbono essere combattuti gli integralismi particolaristici in un momento come questo, nel quale il Giudaismo, anziché rinserrarsi in se stesso, deve cercare di trasmettere al mondo il proprio messaggio e riceverne, come per millenni è avvenuto nonostante le persecuzioni, i contenuti di civiltà consoni alla morale ebraica.

Nell’attuale epoca di dubbi, e anche di pericoli, diversi però, diversissimi da quelli del passato, il popolo ebraico ha una sola via di salvezza, quella antica: correre verso il futuro.