appuntamenti"ISRAELE-PALESTINA, 60 anni di conflitto: quali i termini del negoziato e tra chi?"
Interviene: Menachem Klein Il Pitigliani, Via Arco dei Tolomei 1 14 maggio 2008, ore 21 ...continua archiviocontattaci |
Il medico pietoso fa la piaga verminosaLe ideologie, tutte, consistono in una sorta di filosofia politica e sociale, nella quale gli elementi pragmatici vengono posti sullo stesso piano di quelli “teorici” – fatto già abbastanza raccapricciante se ci si riflette mentre si scorrono queste fredde parole tratte dall’Enciclopedia Britannica. Le ideologie sono sistemi di idee che “aspirano a un tempo a spiegare il mondo e a cambiarlo”. A così pochi anni dal crollo delle ideologie questa frase oggi fa già sobbalzare per l’orrore… Il contesto filosofico, politico, storico nel quale sono nate e sviluppate nel XIX e poi nel XX secolo, è differenziato e complesso tanto che parlarne come di una sola entità può apparire azzardato, e infatti mi guardo bene dal tentare confronti fra di loro che richiederebbero un ulteriore e diverso impegno culturale. Tuttavia, prosegue la Britannica, si possono classificare le seguenti ideologie: socialismo, comunismo, anarchia, nazionalismo, fascismo (ovviamente nel termine più ampio e corretto, che fuori d’Italia comprende oltre al nazismo le altre varietà europee ed extraeuropee), e perfino, anche se la cosa mi stupisce un po’, liberalismo e conservativismo. In questo testo peraltro scriverò quasi esclusivamente della ideologia fascista. In uno studio dei neurobiologi Jean Dacety dell’Università di Chicago e Yawei Cheng dell’Università di Taipei pubblicato su “Current Biology”, si afferma: “Il circuito neurale che registra il dolore si attiva automaticamente quando una persona vede un’altra soffrire, un meccanismo empatico che si ritiene si sia sviluppato negli esseri umani con l’evoluzione. Ma la ricerca mostra per la prima volta che questa risposta automatica si può controllare”. Lo studio è dedicato al fatto che, con i metodi moderni di rilevazione delle funzioni cerebrali in atto, si è scoperto che i medici, sì, i medici, riescono a disattivare il meccanismo empatico nello svolgimento della loro professione. (Le Scienze, novembre 2007). Si tratta nient’altro che di una necessità meramente tecnica indispensabile per rendere più efficaci i loro interventi curativi. Di qui, per spiegare la fredda ferocia degli esecutori delle stragi, si desume che non sussisterebbe alcuna necessità di ricorrere alla ricerca di traumi infantili, deficit mentali, biografie con eventi particolarmente osceni o altri fattori di natura patologica. Casomai occorrerebbe indagare… sul mestiere che svolgevano i carnefici prima di passare alle SS, o altri fattori sociali apparentemente innocui, o utili come appunto la professione medica. Il fenomeno dell’indifferenza indotta al dolore altrui ci appare mostruoso perché contrario alla evoluzione, nella quale il neodarwinismo tende ormai a includere anche l’etica. Sì, quella degli imperativi categorici. “La banalità del male” di Hanna Arendt, la grande pensatrice de”Le origini del totalitarismo”, è una di quelle comete che quasi toccano il Sole per poi però allontanarsene lungo un’iperbole che si perde nell’infinito. Non è banale il male, ma l’identità di chi lo compie. Il male infatti è l’ideologia, nel nostro caso quella fascista, e non è affatto banale, così come non lo è il processo di anestesia al dolore altrui di Eichman e dei suoi simili. Sono invece fenomeni fondamentali che fino a ora mi appaiono troppo poco studiati anche in considerazione del fatto che forse in essi risiede almeno in parte l’inattingibile “perché” dal quale, dopo 63 anni, siamo ancora assai lontani. Aspirare a un tempo a spiegare il mondo e a cambiarlo, porre sullo stesso piano teoria e prassi conducono inevitabilmente al totalitarismo che opera, non solo col terrore, l’anestesia di massa. Mi corre l’obbligo di ripetere che qui scrivo esclusivamente di ideologia fascista, ma mi rendo ben conto che, con i doverosi adeguamenti, considerazioni analoghe possono essere adattate a spiegare le nefandezze commesse in nome e per conto di altre ideologie. La linea di difesa dei nazisti negli innumerevoli processi del dopoguerra fu costantemente quella di “aver obbedito a ordini superiori”, inoltre insistevano, senza probabilmente alcuna eccezione, sul fatto sbalorditivo di “non aver nutrito alcun odio personale per le loro vittime”, anzi, di aver dovuto, più volte, tacitare la propria “sofferenza” per proseguire il compito cui erano delegati. A quanto risulta dai processi si debbono altresì annoverare le autobiografie di Hoess, Frank, nonché gli studi di Gitta Sereny su Stangl e Speer. Ebbene, si può supporre che tutti costoro fossero paradossalmente perfino in buona fede nelle loro affermazioni, tanto aberranti da apparire incredibili. Il loro errore, che forse non fu compreso neppure dagli inquisitori, consisteva nel non aver capito mai che gli ordini superiori cui così ciecamente obbedivano, erano invece quelli dell’ideologia che li aveva contaminati. Ciò risulta con chiarezza dalla frase di Heinrich Himmler al discorso di Poznan (Posen) ai Gauleiter nazisti che, il 4 ottobre 1943, venivano invitati a perseguire in segreto lo sterminio degli ebrei, ma nello stesso tempo incitati all’orgoglio di se stessi, perché… “un giorno il mondo ci sarà grato per ciò che abbiamo fatto”... Ovviamente la perdita dell’empatia fu un fenomeno collettivo che non risparmiò migliaia e forse milioni di persone. Ma la dimostrazione della sua terribile efficacia può risultare più evidente se ci si limita a esaminare la sola categoria dei medici che militavano nelle SS. Questo fenomeno non riguarda del resto solo la Germania, ma anche l’Italia se si considera “Il Manifesto della Razza” del 1938, del quale quest’anno corre il settantesimo anniversario. Medici e studiosi italiani al servizio dell’ideologia. Contaminati. Non si tratta certo di mettere sotto grottesche accuse intere categorie professionali, ma, al contrario, di evidenziare quelle che, nelle varie forme di ideologia, si trovarono a essere maggiormente esposte agli attacchi del totalitarismo. In Italia, gli artisti, particolarmente quelli figurativi, furono indenni, o quasi, dalla repressione fascista, mentre in Germania e, più o meno negli stessi anni, nell’Unione Sovietica, dovettero soccombere con l’emigrazione, il tradimento, il silenzio o la morte. È ovvio che parlare solo di medici può apparire riduttivo di un fenomeno così vasto, tuttavia non posso esimermi dalla considerazione che, se i nazisti in generale pagarono in scarsa misura i loro crimini, in particolare la categoria dei medici assassini uscì quasi indenne dal crollo dell’ideologia che li aveva sopraffatti. La maggior parte di essi proseguì la propria attività negli stessi Istituti dove affluivano le ricerche di Mengele provenienti da Auschwitz, che furono sistematicamente distrutte dopo la Seconda Guerra Mondiale. Dopo. Sappiamo tutti che, a fianco degli sgherri e dei cani lupo, le selezioni all’arrivo, e quelle nei campi, per individuare con precisione chi doveva andare alla camera a gas e chi no, erano effettuate sotto la supervisione di medici SS. Ci si è sempre soffermati troppo poco su questo particolare, tanto che neppure è diffusa l’informazione, che considero oggi fondamentale, essere tale affidamento un preciso ordine di Himmler. Con le menti alterate dalla mostruosa lente deformante dell’ideologia, gli esecutori dell’eccidio, tutte le SS guardiani dei campi, erano divenuti “medici” dell’umanità, che obbedivano alla dottrina delirante del miglioramento del mondo mediante la soppressione dei deboli. Oltre alle colpe comuni agli altri carnefici, i medici SS erano in più “solo” spergiuri del giuramento di Ippocrate. Le ideologie hanno occupato il XX secolo con le conseguenze che tutti conosciamo, tuttavia la sparizione di massa dell’empatia non è una caratteristica del secolo appena trascorso. È stato già raccontato nella letteratura come il comportamento delle folle in tumulto si allontani dalla psiche individuale. Due soli esempi famosi: il delirio collettivo di Place de la Concorde di Céline, e l’analisi accurata di Alessandro Manzoni, quando descrive l’assalto ai forni o la caccia all’untore. Ma altri molti se ne potrebbero aggiungere, comprese le descrizioni del panico collettivo. Il crollo dell’empatia nel secolo scorso, causato dalle ideologie, potrebbe costituire un trait d’union fra i relativamente pochi esecutori attivi e la massa degli indifferenti. Anche questi ultimi sembrano in buona fede quando affermano di non aver saputo, di non aver capito, di non aver visto. A questo proposito mi preme citare Heinrich Böll in “Ritratto di gruppo con signora” nel quale si descrive l’orrore dell’indifferenza degli abitanti di Varsavia, mentre si stanno svolgendo i massacri nel Ghetto. Tutto appare “normale”. La giostra coi cavallucci, il tramvai scampanellante, ma , a pochi metri, solo al di là del muro, crepitano, non udite, le mitragliatrici che falciano gli innocenti. Da qui potrebbe partire una critica all’impostazione del libro “I volonterosi carnefici di Hitler” di Goldhagen e a quelli che parlano, o parlavano, di responsabilità collettiva del popolo tedesco in termini piuttosto superficiali di fronte a un così agghiacciante fenomeno, nel quale, oltre tutto, si specula sulla responsabilità unicamente tedesca per far dimenticare quella, altrettanto grave, del resto dell’Europa. Questa è un trappola nella quale non cadde certamente Jean Amery. Oltre che dalla Prima Guerra Mondiale (mors tua, vita mea), questo fenomeno di alienazione potrebbe trarre origine dal colonialismo, radice del razzismo, che, fin dal XV secolo, si sforzava di far considerare i nuovi popoli, simili sì agli esseri umani, simili, ma non dotati di anima. Salvo poi battezzarli contro la loro volontà. Un esempio minimo e grottesco della battaglia secolare contro l’empatia potrebbero perfino essere le casacche rosse che, apparentemente contro ogni logica, indossavano spesso gli eserciti settecenteschi, sembra allo scopo di rendere meno visibile il sangue dei propri commilitoni, ma anche forse quello degli avversari, per non far scattare durante le battaglie il paralizzante meccanismo dell’empatia. Le casacche rosse sarebbero state in questo caso “divise mimetiche” per lottare, durante il tempo circoscritto del combattimento, contro l’evoluzione darwiniana. Il contributo determinante delle ideologie, nel corso del XX secolo, è stato dunque quello di trasferire nella psiche individuale le caratteristiche mentali che prima si manifestavano solo nelle folle nel corso dei tumulti, dei pogrom e delle battaglie, cessati i quali si tornava nella “normalità”. Le ideologie dunque raccattavano brandelli di scienza, filosofia, religione, li masticavano ben bene, e li trasformavano in un composto velenoso atto a mantenere il tumulto nei cervelli delle folle. Anche quando il tumulto non c’era. Un ulteriore esempio ci è dato dallo storico Joachim Fest nella sua monumentale opera “Hitler”: nel momento stesso del suicidio del dittatore, che fu non solo il segnale della sconfitta militare ma anche quello del tracollo dell’ideologia fascista, in quello stesso istante nei cervelli di milioni di tedeschi riapparve come d’incanto l’empatia, compreso quella per sé medesimi, e il loro dedicarsi alla sopravvivenza propria e del prossimo costituì il primo pallido inizio della redenzione della Germania. Oggi non mi preoccupo tanto delle ideologie che sono state fortunatamente frantumate, ma della spaventevole eredità sia di atarassia che di fanatismo, lascito alle masse umane in questo secolo XXI. Le immense sfide che attendono i nostri figli e nipoti, forse più grandi di quelle del XX secolo, dovranno essere affrontate da nuove forme di democrazia, mutuate anche dalla secolare democrazia scientifica, che, fortunatamente, manifesta nell’inoltrarsi del secolo una vitalità di sviluppo perfino più sbalorditiva di quella del passato. C’è stato chi ha detto che i cortei operai delle nostre città dovevano innalzare cartelli e striscioni inneggianti a Watt, Roengen, Fleming, Heisenberg anziché a Lenin, Stalin e Mao. Nella mia fede scientista spero che ciò avverrà sotto gli occhi di mio nipote Circa la correlazione tra le ideologie e il terrore non mi dilungo per la sua ovvietà. Invece fra l’ideologia e la religione si ammettono dalla Britannica alcuni punti di contatto, ma si negano le identificazioni per il fatto che la religione non avrebbe un programma politico e si riferirebbe a entità metafisiche divine. Però poi, e qui casca un po’ l’asinello - a parte Caterina de’ Medici e gli Ugonotti, a parte Isabella di Castiglia e l’Inquisizione di Spagna, a parte Cortez e lo sterminio dei popoli sudamericani - viene fuori, per esempio, Girolamo Savonarola che aveva un programma politico, un’ideologia religiosa utopica, per realizzare la quale si rivolgeva… al popolo. Qualcosa di non molto dissimile da Bin Laden, una specie di Savonarola del XXI secolo? Le ideologie, come, a sue spese, ha dovuto imparare il mite Gorbaciov, posseggono un’altra caratteristica perfida: non possono essere corrette. Invece che con il suicidio (da contabile fraudolento) del proprio capo supremo, come finì il fascismo nazista nel 1945, negli anni Novanta il comunismo chiuse la propria lunga vita con le possenti revolverate della Glasnost e della Perestroika. Anzi, a ben pensarci, tutte le ideologie finiscono col suicidio, come già gli Imperi prima di loro, dei quali queste Erinni furono figlie mostruose. L’insegnamento nella scuola della storia della scienza, affiancato a quello della storia della filosofia, potrebbe costituire un efficace strumento educativo nell’epoca postideologica. Come hanno dimostrato Popper e gli epistemologi del nostro tempo, la scienza, come la filosofia, è uno strumento per la ricerca della verità che possiede in sé la capacità di correzione attraverso la sua intrinseca struttura che la obbliga alla “falsificazione” delle teorie che, per quanto complesse, non resistono alla prova. Questo processo, quasi giudiziario, è in atto dal XVII secolo e nelle sue conseguenze più estensive possiamo includere quella, meravigliosa, della non scientificità a priori di ogni teoria che sia stata costruita in modo da evitare di esporsi alla “falsificazione”. Non è secondario, almeno mi sembra, che lo sviluppo della scienza abbia una caratteristica essenziale nel mondo moderno: uccide le idee sbagliate e lascia indenni coloro che le hanno introdotte, in buona o cattiva fede. Non è sanguinaria. Camici immacolati in luogo delle giubbe rosse.
|
||
copyright © Gruppo Martin Buber
I documenti contenuti in questo sito sono protetti.
L'uso è concesso a condizione che se ne citi la proprietà intellettuale e la
fonte.