La Comunità ebraica e il voto per Alemanno
di Fernando Liuzzi, L’Unità, venerdì 9 maggio 2008, pag. 30 /commenti
Poco dopo la nascita di Alleanza nazionale, il piccolo mondo ebraico italiano fu chiamato, da una situazione di fatto, a dare, o meno, il bollino blu dell’avvenuto superamento della tradizione fascista al nuovo partito derivante, in larga misura, dal vecchio Movimento sociale. Si trattava, evidentemente, di una richiesta impropria perché, in democrazia, chi può dare patenti di effettiva democraticità a un partito politico, dal punto di vista del diritto, è solo il complesso delle istituzioni democratiche. Mentre, da un punto di vista culturale, tale patente dovrebbe/potrebbe essere assegnata da intellettuali capaci di interpretare lo spirito pubblico.
Formalmente, Alleanza nazionale si è presentata come un partito che agiva negli ambiti e con gli strumenti della democrazia politica. Da un punto di vista simbolico-culturale, la questione della democraticità di An era invece più sfumata e complessa. C’era quella fiamma missina, allusione all’indomito persistere dello spirito repubblichino, che continuava a campeggiare, sia pure in proporzioni ridimensionate, nel simbolo del partito. C’erano qua e là, specie in provincia, comportamenti e manifestazioni che lasciavano trapelare non sopiti legami nostalgici col Ventennio.
Persistevano dunque, in generale, elementi di ambiguità circa la capacità di An di troncare qualsiasi legame con ogni retaggio dell’esperienza fascista. Invece, rispetto al più atroce esito di quella esperienza - ovvero la teorizzazione esplicita e poi la pratica di uno spietato razzismo antiebraico da parte del Regime mussoliniano, fino all’aperta collaborazione, nei venti mesi della Repubblica Sociale, con lo sterminio attuato dai nazisti - il gruppo dirigente del nuovo partito sentì l’esigenza di marcare un taglio netto. Una scorciatoia? Forse. Ma imboccata in modo deciso.
Nel 2001 il leader di An, Gianfranco Fini, compì, nel corso di un viaggio in Israele, una visita allo Yad va-Shem, il museo dedicato al ricordo del genocidio organizzato dalla Germania nazista contro il popolo ebraico. Un gesto che aveva il significato inequivocabile di un definitivo riconoscimento della terribile tragedia prodotta dal razzismo nazifascista.
In quella visita, Fini fu accompagnato dal Presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane. Fece bene Amos Luzzatto ad offrire a Fini l’avallo implicito della propria autorevole presenza? Credo di sì. Perché chi fa un passo nella direzione giusta non può che essere incoraggiato. Con quella visita, infatti, Fini parlava anche ai suoi per indicare agli ex ragazzi del Fronte della gioventù quale fosse stata la stazione di arrivo dell’antisemitismo mussoliniano: Auschwitz.
Tutto bene allora? No. Perché il primo dei crimini politici compiuti dal fascismo non è stato il razzismo antiebraico, praticato nella parte finale del proprio sciagurato percorso, ma quella soppressione violenta della democrazia parlamentare che aveva costituito la sua base di partenza e la premessa di ogni crimine successivo. Da questo punto di vista, il bollino blu della denominazione democratica garantita avrebbe dovuto essere consegnato ad An, se del caso, dai rappresentanti dell’intera realtà nazionale e non da quelli di 30mila ebrei. E la domanda cruciale per superare tale esame avrebbe dovuto essere non “Condannate voi l’antisemitismo fascista?”, ma “Condannate voi il fascismo?”.
Questa domanda non fu posta in termini chiari ad An, nè da An venne una chiara e autonoma affermazione che andasse in tale direzione. La coscienza nazionale, dando prova di una eccessiva pigrizia, preferì accontentarsi della risposta affermativa che Fini, col suo viaggio, aveva dato alla prima delle due domande, lasciando che l’Ucei, pur senza esserselo proposto, svolgesse quella che fu interpretata e utilizzata come una funzione di supplenza politico-culturale nei confronti di un mondo democratico la cui lucidità appariva appannata dopo anni di pensiero debole.
In ogni caso, tutto questo fa già parte del nostro passato. Fini ha pagato con la scissione guidata da Storace non il suo viaggio a Gerusalemme, ma la manifestata intenzione di sciogliere An dentro il berlusconiano Popolo delle libertà.
Credo quindi sia stato un errore sollevare, nella recente competizione per l’elezione del nuovo Sindaco di Roma, un allarme antisemitismo relativo alla candidatura del finiano Alemanno. Una candidatura che andava combattuta, certo, ma per mille altri motivi: dall’inaccettabile linguaggio usato dallo steso Alemanno, in generale, verso gli stranieri poveri e, in particolare, verso i Rom rumeni, fino alle simpatie mostrate per l’ottuso corporativismo dei tassisti capitolini.
Perciò, se c’è qualcosa che mi ha rattristato nel fatto che altri iscritti alla Comunità ebraica di Roma abbiano votato proprio per Alemanno, non è che si siano dimenticati dell’antisemitismo fascista - da cui immagino il nuovo Sindaco si terrà programmaticamente alla larga - ma, semmai, che si siano dimenticati di ciò che la tradizione ebraica insegna circa il modo in cui ci si deve comportare verso “lo straniero che abiterà presso di te”.