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"ISRAELE-PALESTINA, 60 anni di conflitto: quali i termini del negoziato e tra chi?"

Interviene:
Menachem Klein

Il Pitigliani, Via Arco dei Tolomei 1

14 maggio 2008,
ore 21


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Israele e gli ebrei in Italia: un rapporto complesso

di Giorgio Gomel*, Liberazione, 4 maggio 2008

Come si atteggino gli ebrei italiani riguardo a quanto accade in Israele non è semplice da decifrare. Non esistono, infatti, statistiche o sondaggi di opinione affidabili sul tema.
Non vi è d’altra parte una posizione unitaria dell’ebraismo italiano, come tale, su questo così come su altri argomenti. Questo discende, in primis, dalla tradizione pluralistica, tipica del modo di essere degli ebrei; ma anche dal fatto che nel caso specifico dell’Italia gli ebrei italiani si sono organizzati storicamente in comunità che sono formazioni amministrative erogatrici di servizi - il culto, la scuola, il sostegno agli indigenti e agli anziani, ecc. – e non organismi politici.
Qualche indicazione si può attingere dalle riviste ebraiche: Shalom (romano, in genere assai apologetico verso Israele e polemicamente avverso ai suoi critici), Ha-keillah (torinese, di taglio più colto, politicamente progressista), Keshet (milanese, organo di dibattito di un gruppo di ebrei laico – liberali, molto aperto al confronto interculturale). Vi sono poi le posizioni ufficiali dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane (www.ucei.it), in cui le comunità sono federate, e di associazioni volontarie (la Federazione sionistica italiana, il Gruppo Martin Buber – Ebrei per la Pace, ecc.)
Entriamo comunque nel merito delle opinioni.
Con il sionismo e la nascita, 60 anni fa, dello Stato di Israele, è cambiata profondamente anche la condizione degli ebrei nel mondo. Costituendo uno stato, dopo la catastrofe immane del genocidio, con il sostegno delle Nazioni Unite, in una parte della terra di Israele (o della Palestina), gli ebrei hanno realizzato la propria identità nazionale, si sono emancipati da una condizione di soggezione agli altri popoli, aspirando a diventare una nazione “normale”, padrona del proprio destino.
Uno stato degli ebrei non significa di per sé sicurezza fisica per i suoi abitanti né la rimozione della condizione ebraica di precarietà, come testimonia il fatto che il diritto di Israele a esistere come stato accettato nella sua integrità e sicurezza nel Medio Oriente sia ancora oggi messo in forse. Lo è nei fatti, per il pericolo che incombe sulla vita dei suoi abitanti; lo è per il senso di insicurezza che il perdurare della minaccia esterna – sia quella di Hezbollah e Hamas, sia quella dell’Iran - infonde negli israeliani.
Israele è segnata da contraddizioni: una nazione forte della sua straripante supremazia militare, ma anche debole per l’angoscia di una guerra perenne. Occupante, ma anche assediata, essa dispone di una vasta potenza bellica, ma con un sottofondo di fragilità e solitudine, come David Grossman ben descriveva in un suo discorso al Festival delle Letterature a Roma qualche anno fa: una nazione di rifugiati e di immigrati, figlia di una storia di persecuzioni ed esilio, ancora oggi ricusata dal mondo arabo-islamico.
Con Israele vi è, nel concreto esistere degli ebrei nel mondo, una bipolarità: Diaspora e Israele, esilio e stato-nazione. Questa dualità non è scevra da conflitti, ma offre agli ebrei una scelta possibile tra l’integrazione nelle società occidentali che si evolvono pur con fatica verso forme multiculturali e un’identità politico-nazionale.
Ritengo che la dualità tra Diaspora e Israele, la differenza e la separazione tra le due "famiglie" del popolo ebraico, siano destinate ad accentuarsi con il tempo, tanto più se e quando Israele diventerà uno stato "normale", con eguali diritti per i suoi cittadini, incluse la minoranza araba e la popolazione crescente di immigrati non ebrei da più paesi del mondo, e pienamente integrato in un Medio Oriente pacificato. Ma oggi con l’esistenza di Israele ancora in pericolo, resta fortissimo il legame di solidarietà degli ebrei del mondo. Israele è stato poi, ancora in anni recenti, il luogo fisico di rifugio dalle persecuzioni antiebraiche in Argentina, Iran, Etiopia o nei paesi dell’ex Unione Sovietica e resta anche solo simbolicamente tale per buona parte degli ebrei del mondo.
Nel rapporto con Israele, gli ebrei in Italia, così come altrove, sono uniti nella difesa del suo diritto irrinunciabile di esistere come popolo e come stato, in pace e sicurezza, ma si interrogano angosciosamente e spesso si dividono aspramente circa le azioni dei suoi governi.
Questo pluralismo di opinioni è un valore essenziale da preservare. E' importante liberarsi della falsa idea che lottare in difesa di Israele o contro l'antisemitismo esiga il sostegno acritico, indifferenziato alle scelte dei suoi governi. In molti ebrei vi è un istinto difensivo a negare a sé stessi che Israele sia colpevole di errori e malefatte nel conflitto che lo oppone ai palestinesi. Questa posizione – che io ritengo sbagliata, inaccettabile – trova però un substrato psicologico nella memoria della persecuzione e nel risorgere odierno dell’antisemitismo. Il senso di isolamento che questo alimenta spinge alla difesa dell’operato di Israele, comunque sia.
La mia opinione è, invece, che gli ebrei della Diaspora, pur non essendo cittadini di Israele e votanti nel paese, abbiano il diritto-dovere di esprimere il loro dissenso allorché ritengono che la politica di Israele sia sbagliata o autodistruttiva per il futuro stesso del paese. Per esempio, che sia necessario per Israele giungere a un accordo di pace con i palestinesi e la Siria, pagando il prezzo che esso imporrà; che sia una necessità vitale per Israele sgomberare buona parte degli insediamenti in Cisgiordania e consentire la nascita di uno stato palestinese per assicurare un suo futuro di stato ebraico e democratico. L’atteggiamento che propugno unisce rassicurazione e critica: rassicurazione al popolo e allo stato di Israele della solidarietà fattiva della Diaspora; critica agli atti dei suoi governi, quando il rifiuto di un compromesso con i palestinesi, il ricorrere al solo strumento della repressione militare del terrorismo, lasciano presagire un futuro di perpetuo conflitto tra i due popoli.
E’ però del tutto illecito che parte dell’opinione pubblica, spesso nella sinistra, non distingua tra ebrei e Israele, accusando i primi di silenzio, criticando Israele in modo manicheo e chiamando gli ebrei a dissociarsi pubblicamente da esso. Un atteggiamento che ha avuto, inoltre, gravi conseguenze sul piano politico, inducendo parte del mondo ebraico, in Italia così come in altri paesi, a ricercare la protezione di alleati impropri e opportunistici nella destra politica o tra i cristiani integralisti, in nome del sostegno a Israele e della comune ostilità all’Islam.

 

* Giorgio Gomel è co-fondatore del Gruppo Martin Buber – Ebrei per la pace