Primo Levi: molto più che un testimone
di Aldo Zargani, 2 settembre 2007, articolo pubblicato su diversi siti Internet
“Gli esseri viventi hanno evoluto considerevoli adattamenti complessi, ma siamo ancora vulnerabili alle malattie. Una delle più gravi – e forse la più enigmatica - è il cancro. Un tumore canceroso si è adattato alla sopravvivenza in modo straordinario e grottesco. Le sue cellule continuano a riprodursi anche quando le cellule “normali” si sarebbero già fermate da tempo: distruggono i tessuti circostanti per farsi spazio e ingannano l’organismo in modo da farsi fornire energia per crescere ancora di più. Ma i tumori non sono parassiti esterni che hanno acquisito sofisticate strategie per sferrare un attacco al nostro corpo. Sono fatti delle nostre stesse cellule che ci si rivoltano contro.
Tutto ciò fa sì che il cancro sia un rompicapo tetro ma affascinante per i biologi evoluzionisti”.
Questo non è, ovviamente, un brano di Primo Levi. È l’inizio di un recente articolo di Carl Zimmer, giornalista scientifico del NY Times1. Il titolo “Evoluti per il cancro?” è seguito da questo inquietante sommario: “La selezione naturale non ha eliminato il cancro dalla nostra specie, ma anzi sembra aver conservato alcuni geni che contribuiscono a renderlo più aggressivo”.
Poiché non sono uno scienziato, ma un narratore, spero mi verranno perdonate le licenze che mi permetto. Ho scoperto, ma guarda un po’, che l’evoluzione delle specie fu descritta da Spencer assai prima di Darwin e che Darwin la lesse prima di scrivere il suo capolavoro, intitolato appunto “L’evoluzione delle specie”, nel quale l’originalità dello scienziato inglese, che è anche la nostra salvezza, consiste nell’inserire la casualità nell’evoluzione. L’evoluzione predestinata, oltre che essere un errore, è, stata, come vedremo, causa di paurose degenerazioni filosofiche, politiche e morali.
Avverto che la mia cultura in questa materia è enciclopedica, nel senso che essa è tratta quasi esclusivamente dall’Enciclopedia Britannica.
Confesso di non avere ancora capito se il darwinismo con la sua casualità si possa applicare anche all’evoluzione culturale e politica dell’umanità e suppongo che questo sia uno dei problemi della scienza di oggi. Ma non mi è chiaro in che cosa i “memi”, unità elementari del pensiero, differiscano dai “geni”, unità dell’eredità biologica2.
Sono però fideisticamente convinto che l’ambiente faccia giustizia dei “memi” cancerosi, tra i quali includo il nazismo. Questo è il mio ottimismo e per parecchio tempo ho pensato che, in qualche modo, fosse anche l’ottimismo di Primo Levi.
Nella letteratura italiana sussistono due note lacune: mancano l’autobiografia e, da alcuni secoli, la divulgazione scientifica, che fino a non molto tempo fa si aveva l’impudicizia di chiamare “volgarizzazione”. I tre volumi “Se questo è un uomo”, “I sommersi e i salvati”, e anche “Il sistema periodico” sono narrazioni letterarie nelle quali all’autobiografia si intreccia la divulgazione scientifica.
Potrebbe essere questo il motivo per il quale “Se questo è un uomo” fu rifiutato nel 1947 dall’Einaudi. Proprio da quella Natalia Ginzburg che più tardi avrebbe scritto “Lessico famigliare”.
Qualcosa di nuovo, di estraneo, era penetrato nella cultura italiana, proprio su un tema e in un’epoca in cui era quasi impossibile evitare gli schematismi ostentati nel supermarket delle ideologie posthegeliane che avrebbe poi afflitto la seconda metà del secolo.
Primo Levi scrive per tutti perché vuole che tutti comprendano. Vuole che entri nella conoscenza comune quel fenomeno atroce e impensabile che fu la distruzione dei popoli, l’annientamento delle coscienze, la complicità di massa, l’indifferenza, la parcellizzazione tecnologica del crimine per occultare la consapevolezza della responsabilità personale. In particolare la parcellizzazione del crimine fu l’infezione, nell’ambito morale, contratta dai criteri organizzativi dell’industria manifatturiera della prima metà del 900.
E questo suo obbiettivo Levi riesce a raggiungerlo con il metodo della narrazione, della breve narrazione, assai prima di opere filosofiche come “Le origini del totalitarismo” di Hanna Arendt del 1951 e “Destini personali, l’età della colonizzazione delle coscienze” di Remo Bodei del 2002. Questi due saggi - che Primo Levi, quando scrisse “Se questo è un uomo” non poteva ovviamente conoscere, ma era già in grado di travalicare con la sua narrazione - oggi costituiscono strumenti fondamentali per comprendere la straordinaria complessità dell’opera dello scrittore torinese che studia l’atto finale della degenerazione dell’umanità. E sulla quale ripeté più volte, fino alla morte, “Se questo è accaduto, si può ripetere, quando si verifichino tutte le condizioni necessarie per il reinnesco del meccanismo”. Fra le tragedie e gli orrori che da allora si sono susseguiti non si sono mai verificate, fino ad ora, appieno tutte le condizioni “necessarie”, come sappiamo non essere avvenuto nei più orribili eventi del lontano passato. E questa è tuttora, anche in questo triste periodo gravido di oscure minacce, una dimostrazione della “unicità” della Shoah del Popolo Ebraico, del Porajmos del Popolo degli Zingari e dello sterminio delle bocche inutili.
Il termine genocidio, culmine dell’orrore della casualità (?), creato dall’ONU nel 1946 si è rapidamente ossidato, per così dire. Per esempio coniugandosi al termine “genocidio culturale”, che è come se, quando ero bambino nel 1944, la crudeltà dei nazisti fosse consistita nello spingerli all’estremo di impedire agli ebrei lo studio dell’ebraico... Per non parlare poi dei genocidi veri, quelli del dopoguerra, da quello cambogiano al Darfur, atroci ma con caratteristiche profondamente diverse dal genocidio ebraico e zingaro.
E allora, malauguratamente e imprudentemente, gli ebrei americani hanno tirato fuori l’improvvida parola “Olocausto” che, salvo che in inglese, significa ancora quel che voleva dire al tempo degli antichi: ”totale sacrificio delle vittime allo scopo di propiziarsi la benevolenza della divinità”. Bisogna ammettere che non c’era di peggio. Poi noi ebrei abbiamo escogitato il termine “Shoah” che vuol dire qualcosa fra “disgrazia e catastrofe”, mentre, assai più intelligentemente, gli zingari per se stessi e quel che gli è successo, hanno inventato la parola ”Porajmos” che vuol dire “divoramento”. Ma, non paghi di tanti errori e imprecisioni, ci siamo esposti all’astio dei nostri nemici, di male in peggio, coniando termini e concetti come “Unicità della Shoah”, che ho usato sopra a scopo di provocazione e, sentite!, “ineffabilità” della medesima, parente degenere dell’impossibilità di scrivere poesie dopo Auschwitz di Theodor Adorno. E tutto questo perché, maledizione, non c’è venuto in mente di applicare alla Storia il terribile termine matematico “Singolarità”, che trova i suoi corrispondenti in quelle realtà astrofisiche che sono i divoratori buchi neri. Ecco dunque lo schema di quel che potrebbe essere successo: qualcosa ha messo assieme il millenario antisemitismo cristiano rappresentato dal mito del deicidio, il razzismo ottocentesco, la filosofia hegeliana mal digerita, la teppaglia armata creata dalla Storia della I Guerra Mondiale, il delirio spenceriano dell’imbianchino di Braunau, e il caso ha fatto il resto. Gli ebrei sono stati divorati nel buco nero, come anche gli zingari, un luogo banale, ma nel quale le forze gravitazionali sono di una tale potenza da rendere impossibile non già la sopravvivenza della vita, ma perfino della materia, anzi, nel nostro caso, di ogni forma di spiritualità.
Ho la pessima abitudine di non rileggere mai ciò che ho già letto. È quanto di meno ebraico riesca a intravvedere nella mia personalità. E non mi conforta il fatto che Simone de Beauvoir vantasse di usare come segnalibro quello di strappare l’ultima pagina letta.
Meno che meno rileggo le opere somme come “Delitto e castigo” o, nel nostro caso, come “Se questo è un uomo“ che mi diede, in tempi lontani, nel 1947 nell’edizione De Silva, la sensazione di aver mutato nel profondo la struttura stessa della mia personalità. Errore. Scopro solo ora infatti alcune frasi chiave già nella prima pagina della prefazione all’edizione Einaudi del 1960: “Perciò questo mio libro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto… sull’inquietante argomento dei campi di distruzione… Esso non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi di accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano…”.
Primo Levi fu liberato dall’Armata Rossa il 27 gennaio del 1945 e cominciò a scrivere il suo libro già nel 1946, appena cessata “La tregua” di meno di un anno, nel dicembre 1945, con il suo ritorno a Corso Re Umberto a Torino. Allora nulla di quanto era successo era ancora conosciuto nel profondo, quando lui aveva 25 anni. Della macchina dello sterminio l’umanità conosceva solo poco più del prodotto finito: fotografie di cumuli di cadaveri ignudi e scomposti e racconti dolorosi e sconnessi dei rari superstiti, peggio, di quei pochi di loro che riuscivano a balbettare frammenti della tragedia. Non si pensava ancora alla materia prima, l’uomo inerme e normale all’arrivo nelle fabbriche della morte, al totale annientamento della civiltà ebraica dell’Est. E soprattutto nulla si sapeva, nella confusione di quell’epoca così vicina ai disastri della guerra più tragica dell’umanità, delle raffinate tecniche di distruzione prima della condizione umana e poi della vita, da parte di carnefici già precedentemente deprivati della loro personalità. Tecniche tanto raffinate, afferma Levi, da dover essere state accuratamente progettate prima di essere applicate e perfezionate. Le SS, addestrate ad agire con meccanica implacabilità nella esecuzione del loro compito che consisteva esclusivamente nell’assassinio di massa, erano “vittime” anch’esse della conquista delle coscienze umane perpetrata dal totalitarismo europeo. Tutto questo non era ignorato da Levi che usava ancora la parola “tedeschi” ( più tardi avrebbe precisato: “tedeschi semplificati”), e la usava allora giustamente, perché non era avvenuto, e nemmeno se ne intravvedevano le premesse, non era ancora avvenuto lo straordinario processo di redenzione della Germania attraverso l’analisi e l’accettazione delle proprie responsabilità, talmente gravi da non poter neppure essere altrimenti espiate.
Più delle mie parole, possono esprimere questi concetti alcune fotografie scoperte recentemente, scattate dalle SS all’arrivo sulla Judenrampe degli ebrei ungheresi del 1944.
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Adolph Hitler, nel “Mein Kampf” aveva scritto che: “La capacità delle masse di comprendere è molto limitata, ma la loro capacità di dimenticare è infinita”. E invece i tedeschi ricordano.
La prefazione inizia con le tragiche parole “Per mia fortuna…”, e, nel primo capitolo, “Il viaggio”, le brevi frasi
dell’arresto richiamano, nella loro laconicità, Franz Kafka. Come Kafka, Primo Levi racconterà di fatti, di fatti che sono indecifrabili perché trovano la loro origine solo nelle più oscure profondità dell’animo umano.
Kafka. I suoi romanzi e racconti cominciano sempre dal non detto (o dal caso?): “Il Processo”: “Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. poiché, senza che avesse fatto alcunché di male, una mattina venne arrestato.”; “Il Castello”: “… e non il più fioco raggio di luce indicava il grande Castello”; “La metamorfosi”: “Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sonni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo…”; “Nella colonia penale”: “È una macchina curiosa, disse l’ufficiale all’esploratore, abbracciando con uno sguardo in un certo senso ammirato la macchina, che pur conosceva bene…”.
Anche Primo Levi, in “Se questo è un uomo”, ignora ad arte il lungo processo attraverso il quale si arrivò alla soluzione finale proprio perché essa è sufficiente in sé a descrivere il fatale accumularsi delle degenerazioni della Storia. Le tracce riesce però a farcele percepire negli esili segnali che gli giungono dal mondo stesso in cui vive fra i reticolati: “Abbiamo imparato che la nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che non la nostra vita; e i savi antichi, invece di ammonirci “Ricordati che devi morire” meglio avrebbero fatto a ricordarci questo maggior pericolo che ci minaccia”. E ciò può bastare per il Cristianesimo.
Più tardi, assai più tardi, nel 1986, avrebbe descritto, con un’analisi mortale, l’area grigia nel Campo, quell’area del tradimento che trapela dai reticolati e, poco o tanto, ha infettato l’umanità, anche noi stessi. Qualcuno, troppi, sopravvivono o allungano la propria miseria morale e vitale oltre i tre mesi prescritti dal disequilibrio tra alimentazione e lavoro, nuocendo agli altri in modo da ridurne, o annullarne, la vita media cioè la durata dell’agonia. Ma si rende altresì conto che l’innocuo tentativo di sopravvivere con ogni espediente arreca danno anch’esso agli altri. I tre mesi di agonia individuale costituiscono, in definitiva, solo una statistica industriale.
L’ebraismo che pur vive dentro di lui, torinese non osservante, non gli impedisce di elevare una maledizione alla preghiera di ringraziamento a Dio di un ebreo osservante che è stato risparmiato dalla selezione. Un altro è “passato per il gas” al posto suo.
Circa l’ebraicità di Primo Levi, che, essendo ateo, non rispettava, a quanto mi risulta, neppure la prima delle 613 mitzvot (doveri): “Sappi che Dio esiste”, è un tema molto di moda in questi tempi, nei quali si dibatte del pluralismo della cultura ebraica. Io preferisco concludere, apoditticamente com’è mio uso, affermando, in accordo con Hitler, che non ho alcun dubbio: Primo Levi era ebreo. Un ebreo di comodo?
Per trasmettere al lettore la confusione del perfetto disordine del Lager ne analizza la lingua, degenerata anch’essa, nella quale “Domani mattina” vuol dire “Mai più” e il suo genio di scrittore lo costringe a non tradurre dalle innumerevoli lingue della Babele del Campo, quasi mai, le frasi indecifrabili che rendono ognuno mercé degli altri e tutti esposti senza alcuna difesa, senza comprendere, agli esecutori dell’eccidio industriale. Il lettore rincorre angosciato il senso delle frasi non tradotte, non l’afferra e invece si imbatte nelle assurde, ma funzionali, leggende del Campo: non esistono le camere a gas (parere ancor oggi condiviso da Faurisson e dai suoi esegeti universitari italiani), quelli che sono stati selezionati vengono inviati a un convalescenziario, i partigiani polacchi stanno per attaccare Auschwitz, è questione di ore, forse di minuti… Ed è così che il lettore è condotto suo malgrado nell’antinomia di chi è oramai nella condizione di comprendere appieno la macchina infernale e, nel contempo, è stretto nei reticolati, inerme e incapace di capire. È il Manzoni della peste di Milano che conduce la sua scrittura e non Dante Alighieri che, nell’Inferno, descrive colpe e tormenti ma lascia intatta la coscienza di ogni dannato. Non ignora naturalmente l’aiuto dei pochi uomini forti, non trascura che, anche all’interno del campo, la bontà non è del tutto spenta, ma il suo sguardo è principalmente attratto dalle implacabili regole del Lager concepite per rendere impossibile la sopravvivenza di ogni essere umano in quanto tale. Ad Auschwitz dunque è futile ogni atto di solidarietà e di resistenza? Su questo si dilungherà più tardi ne “I sommersi e i salvati” quando tratterà della quasi incredibile esistenza di nuclei organizzati di antifascisti che, per sopravvivere, dovevano rendersi invisibili al punto di apparire complici. ”Dieci anni” gli biascica dopo la Liberazione il detenuto politico tedesco, divenuto un Kapò, “Dieci anni di Lager” mentre piange e, fra i singhiozzi, canta penosamente l’Internazionale. E questo può bastare per il socialismo. Afferma anche di trascurare le massime atrocità del Lager, mentre invece ne ricerca il male assoluto con la fredda empiria dello scienziato che constata e annota: “Il Lager non fornisce cucchiaio ai nuovi arrivati, benché la zuppa semiliquida non possa venir consumata altrimenti”. Così avviene che i “numeri grossi”, cioè gli ultimi arrivati, se non si procurano il cucchiaio, muoiono, oppure devono imparare subito che il cucchiaio clandestino costa mezza razione di pane. La possibilità di sopravvivenza per i numeri grossi, vede con il suo occhio di scienziato, è anche limitata dal fatto che essi conservano un quoziente di umanità incompatibile all’integrarsi nella nuova realtà. Lo scrittore riesce a descrivere perfino la propria degradazione quando a un “numero grosso”, umano senza via di scampo, inerme e fiducioso, un ungherese che lo ascolta con occhi di speranza, racconta il sogno falso di quando si reincontreranno felici e liberi a… Napoli, a casa sua, lui che è di Torino. Il conforto a un morente non è solo una pietosa bugia, è anche una beffa di chi sa a chi non sa e non saprà mai.
Il capitolo “Al di là del bene e del male” così finisce : “In conclusione: il furto in Buna, punito dalla Direzione civile, è autorizzato e incoraggiato dalle SS; il furto in Campo, represso severamente dalle SS, è considerato dai civili una normale operazione di scambio; il furto fra Häftlinge viene generalmente punito, ma la punizione colpisce con uguale gravità il ladro e il derubato.
Vorremmo ora invitare il lettore a riflettere che cosa potessero significare in Lager le parole Bene e Male, Giusto e Ingiusto; giudichi ognuno, in base al quadro che abbiamo delineato e agli esempi sopraesposti, quanto del nostro comune mondo morale potesse sussistere al di qua del filo spinato”.
Subito dopo, all’inizio del capitolo successivo, “I sommersi e i salvati” - che diventerà il titolo del libro ultimo e definitivo della sua vita - continua: “Questa, di cui abbiamo detto e diremo, è la vita ambigua del Lager. In questo modo duro, premuti sul fondo, hanno vissuto molti uomini dei nostri giorni, ma ciascuno per un tempo relativamente breve; per cui ci si potrà forse domandare se proprio metta conto, e se sia bene, che di questa eccezionale condizione umana rimanga una qualche memoria.
A questa domanda ci sentiamo di rispondere affermativamente.
Noi siamo infatti persuasi che nessuna esperienza umana sia vuota di senso e indegna di analisi, e che anzi valori fondamentali, anche se non sempre positivi, si possano trarre da questo particolare mondo di cui narriamo.
Vorremmo far considerare come il Lager sia stato, anche e notevolmente, una gigantesca esperienza biologica e sociale”.
Nella prima metà del XIX secolo Charles Darwin scrisse “L’origine delle specie”, il testo fondamentale per la nostra civiltà e per la comprensione dell’Universo che ci ha generato. Ma, sempre nel XIX secolo, sopraggiunte le condizioni opportune, quella del colonialismo per esempio, venne partorita la teoria del darwinismo sociale, l’essere cioè ancora in corso la lotta per la vita fra gli uomini di razze inferiori destinate a soccombere e quelli delle razze superiori premiate con il dominio prima, e la sopravvivenza poi. Ma, così come l’evoluzione naturale compie errori che poi non riesce più a riparare, anche l’evoluzione delle idee nefande si sviluppa in forma maligna e cancerosa. Il nazionalsocialismo che ne fu il risultato fu una fede falsamente evoluzionista con il dogma hitleriano di essere lui la natura, migliore della natura, e con il compito di accelerarne i lenti processi. Così si arrivò inevitabilmente allo sterminio dei popoli. Alla Judenrampe, disfatti dai viaggi interminabili, arrivarono milioni di esseri umani destinati comunque alla morte subito, o mediante l’umiliazione del non essere. E le foto di sopra paiono dimostrare che i nuovi arrivati avevano piena coscienza della fine che li attendeva: questa è l’ultima illusione che ho abbandonato.
Ma fra questa mescolanza di umanità giungevano casualmente persone in grado di lottare contro la fabbrica della morte, e fra di esse Primo Levi che possedeva le quote morali, culturali, scientifiche, di resistenza fisica, di capacità di adattamento per conquistare non solo la scarsa possibilità di sopravvivere, ma la quasi unica capacità di osservare, studiare, giudicare come se una cavia riuscisse a comprendere l’esperimento di cui è vittima. Egli dunque fu in grado di descrivere in un libro di appena 194 pagine, non solo le caratteristiche, ma la fallacia della fase finale della quale era vittima, individuandone le insite e congenite crepe strutturali.
Infatti, come il darwinismo sociale, la distruzione dei popoli aveva soggiaciuto all’ambiente nel corso della sua malefica evoluzione, della quale il segreto e l’incredibile erano il dogma fondamentale. L’evoluzione necessitata dai ghetti polacchi agli stermini lituani, estoni, lettoni, ucraini e russi con la partecipazione entusiastica della popolazione, ai campi di assassinio immediato come Treblinka, Sobibor e Maidanek era arrivata ad Auschwitz, il compromesso divenuto indispensabile fra il lavoro schiavistico - fallace perché la fabbrica di gomma artificiale di Buna Monowitz non produsse mai nulla - e la prosecuzione - fideistica e autolesionista fino all’ultimo istante della guerra - dello sterminio “di fede evoluzionista-determinista”.
Per sottrarsi alle orde di razze inferiori che accorrevano in armi dall’Asia sovietica chiamate finalmente dalla Storia al compito di salvare la Civiltà, i Tedeschi della Slesia Orientale fuggivano sulle stesse strade sulle quali erano stati massacrati, pochi giorni prima, nella Marcia della Morte, i miseri esseri resi realmente inferiori dall’esperimento di Auschwitz. Fra siepi di cadaveri di iloti marciavano affannosamente i nuovi profughi della razza superiore alla ricerca della propria sopravvivenza individuale.
In questa Apocalissi di 60 anni fa era divenuto possibile non più solo sotterrare documenti per un futuro sperato ma inimmaginabile, non solo testimoniare, non solo sopravvivere ormai inerti, ma descrivere, narrare, spiegare, giudicare: era divenuto possibile, “Per nostra fortuna”, Primo Levi ed è per questo che un non credente come me, che pur preserva parcelle di cultura ebraica, può pensare che Primo Levi fosse un “chiamato”, un nevih, un eletto, che avrebbe potuto contribuire, anche se poco, alla correzione, magari temporanea, della Storia malata.
1“Le Scienze“, aprile 2007
2Ho scoperto di recente, dalla lettura di Richard Dawkins “Il cappellano del diavolo” , Raffaello Cortina editore, che l’argomento è ancora oggetto di dibattito. Ma ciò non dovrebbe influire sulla mia posizione che utilizza questi sviluppi scientifici come metafore.