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"ISRAELE-PALESTINA, 60 anni di conflitto: quali i termini del negoziato e tra chi?"

Interviene:
Menachem Klein

Il Pitigliani, Via Arco dei Tolomei 1

14 maggio 2008,
ore 21


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Annapolis: chiari e scuri

di Giorgio Gomel, Confronti, dicembre 2007

Annapolis è stata importante, per la sua coreografia diplomatica, ma anche per la sua sostanza, almeno potenziale.
Primo, la coreografia. Gli Stati Uniti hanno ripreso l’azione diplomatica, premendo sulle parti per dare avvio al negoziato dopo sette ani di paralisi; spingendo i paesi arabi a partecipare alla conferenza – rilevante, in questo contesto, la presenza della Siria e dell’Arabia Saudita, animatrice dal 2002 di un piano di pace poi approvato dalla Lega araba che riconosce Israele e contempla un accordo di pace con lo stato ebraico; assicurando un impegno continuo – degli Stati Uniti, non del Quartetto – sia nella verifica degli obblighi della Road map sia nel sostegno al negoziato nel 2008.
Secondo, la sostanza. Intanto l’impegno a giungere a un accordo entro il 2008; non sarà cogente, non sarà rispettato, ma fissare un termine temporale è significativo.

Il documento sottoscritto prevede poi che la trattativa israelo-palestinese muova su due binari paralleli: quello del “Final status”, cioè della composizione definitiva del conflitto che non potrà discostarsi molto sulle questioni più complesse – confini, Gerusalemme, rifugiati – dai principi concordati a Camp David e Taba fra il 2000 e il 2001 (il piano Clinton), negli accordi di Ginevra del 2003 o nel piano Ayalon-Nusseibeh; quello delle misure di fiducia immediate che la Road map contemplava nella sua fase 1, subordinando ad esse il negoziato nelle fasi successive e impedendone di fatto il progresso.

Le misure che le parti erano chiamate ad attuare nella fase 1 sono note, ma di grande difficoltà: i palestinesi devono porre fine alla violenza terroristica e ad ogni forma di istigazione all’estremismo rivolto contro Israele e devono consolidare le istituzioni dell’ANP, assicurando ad essa il monopolio della forza legittima e privando di potere le milizie armate; Israele deve evacuare gli “outposts” illegali (circa 100), porre fine all’espansione degli insediamenti, ritornare sulle posizioni occupate dall’esercito prima dello scoppio dell’intifada nell’ottobre 2000, rimuovere i circa 500 posti di blocco che impediscono libertà di movimento e di commercio dei palestinesi. La novità scaturita da Annapolis è quindi che le due trattative procederanno in parallelo, salvo che ogni accordo di pace definitivo raggiunto fra le parti dovrà attendere che quelle misure di fiducia siano pienamente attuate.

Le chances concrete di successo restano fragili, in un orizzonte così breve. Israele e l’ANP permangono distanti sui termini di un accordo di “Final status”, soprattutto sullo statuto di Gerusalemme e sul “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi. Anche sugli obblighi previsti dalla fase 1 della Road map è dubbio che le parti abbiano la capacità – anche se la volontà piena ci fosse – di darvi effettiva attuazione: Israele, per l’opposizione massimalista dei coloni allo sgombero degli insediamenti e le riserve dell’esercito circa la rimozione dei posti di blocco; l’ANP per la sua intrinseca fragilità e la difficoltà sia nel contenere le formazioni più militanti e contrarie a Abu Mazen in Cisgiordania, sia nel ripristinare il potere di Al-Fatah a Gaza o trattando con Hamas per un nuovo governo di unità nazionale o appoggiando in modo indiretto un’operazione militare con cui Israele rovesci il potere di Hamas nella Striscia. Il pericolo è, infine, che lo stesso Hamas e altre formazioni integraliste in campo palestinese ricorrano ad azioni terroristiche contro Israele o Abu Mazen proprio per sabotare il negoziato e impedirne un esito positivo.

In questo contesto quello che Israele sarà in grado di fare sul campo e senza rinvii sarà determinante per il progresso del negoziato: un effettivo blocco degli insediamenti, lo sgombero dei molti “outposts” abusivi stabiliti dai coloni in contrasto con gli impegni della Road map e violando la stessa legge israeliana, la liberazione di un consistente numero di prigionieri. In particolare, il blocco degli insediamenti è di capitale importanza per i palestinesi così come la fine della violenza per Israele. E’ un test di buona fede, una condizione sine qua non per il progresso del negoziato, in quanto il negoziato riguarda l’assetto finale dei territori (Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est) e quindi l’esproprio di parti di quelle terre e lo sviluppo di colonie ebraiche sono atti in contrasto con la logica stessa del negoziato.

Un altro gesto non solo di buona volontà, ma operativamente importante sarebbe l’approvazione da parte del Parlamento di Israele di una proposta di legge avanzata da alcuni deputati della sinistra, e recentemente avallata dal Partito laburista. La proposta prevede indennizzi per i coloni disposti a evacuare volontariamente gli insediamenti posti ad est del “muro di separazione” – circa 70.000 persone su un totale di 270.000 – e a ritornare entro i confini propri di Israele. I sondaggi indicano un consenso massiccio nell’opinione pubblica di Israele per lo sgombero volontario dagli insediamenti. Ma la coalizione che sostiene il governo Olmert è fragile e divisa. Shas – partito religioso – e Yisrael Beitenu – partito della destra nazionalista – sono contrari alla proposta, ma più in generale ai passi negoziali che Olmert dovrà compiere per dare un senso concreto agli impegni pattuiti ad Annapolis.