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"ISRAELE-PALESTINA, 60 anni di conflitto: quali i termini del negoziato e tra chi?"

Interviene:
Menachem Klein

Il Pitigliani, Via Arco dei Tolomei 1

14 maggio 2008,
ore 21


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Israele e gli ebrei italiani

di Giorgio Gomel, Aspenia, maggio-giugno 2007
Giorgio Gomel è co-fondatore del Gruppo Martin Buber – Ebrei per la pace.

Una difficile radiografia

Una radiografia degli umori e atteggiamenti degli ebrei italiani riguardo a Israele non è semplice. E’ un esercizio che manca irreparabilmente di rigore scientifico. Non esistono, infatti, statistiche o sondaggi di opinione affidabili sul tema.
Non vi è d’altra parte una posizione unitaria dell’ebraismo italiano, come tale, su questo così come su altri argomenti. Questo discende, in primis, dalla tradizione pluralistica, antidogmatica, tipica del modo di essere degli ebrei; ma anche dal fatto che nel caso specifico dell’Italia gli ebrei italiani si sono organizzati storicamente in comunità che sono formazioni amministrative erogatrici di servizi - il culto, la scuola, l’educazione informale, il sostegno agli indigenti e agli anziani, ecc. – e non organismi politici.
Le comunità hanno sì un assetto di democrazia rappresentativa: sono rette da consigli eletti dagli iscritti (circa 26.000 in toto), ma il grado di partecipazione al voto è basso (poco più del 20 per cento a Roma, maggiore nelle comunità più piccole), il che ne inficia in qualche misura la rappresentatività. Le comunità sono poi federate nell’Unione delle comunità ebraiche italiane (www.ucei.it), anche essa retta da un Consiglio eletto da un congresso che si svolge ogni quattro anni e che orienta l’attività del Consiglio stesso sulla base delle mozioni approvate. Il Consiglio a sua volta elegge il Presidente. Le mozioni congressuali concernono una varietà di temi – educativi, religiosi, di servizi culturali e sociali, di conservazione dei beni culturali ebraici, di rapporto con lo Stato per quanto riguarda la laicità dello stesso e della scuola pubblica, i diritti civili delle minoranze - e anche, ovviamente, le relazioni con Israele. Il testo di quelle mozioni, così come le deliberazioni del Consiglio e le dichiarazioni rese dal suo Presidente in particolari circostanze, rappresentano un punto di equilibrio e di coagulo tra opinioni plurali e diverse. Ad esse, per loro natura e per le ragioni ricordate piuttosto generali nei contenuti, ci si può rifare per enucleare posizioni condivise, almeno sui grandi principi, dagli ebrei italiani nelle loro espressioni istituzionali.
Tanto per esemplificare, nel Congresso del luglio 2006, pochi giorni prima dello scoppio della guerra con gli Hezbollah libanesi, si “auspicava la liberazione di Gilad Shalit (il soldato israeliano rapito da estremisti palestinesi, e tuttora da essi detenuto) chiedendo al governo italiano di attivarsi per la sua liberazione...”; si invitava il “Governo italiano ad agire perché nessuna relazione venga posta in essere con il governo di Hamas fintanto che tale movimento manterrà…quegli elementi di antisemitismo e di negazione del diritto all’esistenza dello stato di Israele…”; si auspicava che “ogni possibile aiuto umanitario venga messo in essere…per alleviare la sofferenza dei civili palestinesi”; si faceva, infine, “appello alla UE perché memore del legame profondo tra Europa e Israele, assuma la difesa della sua esistenza come elemento insopprimibile della sua identità.…Senza Israele, il dialogo tra Occidente e Oriente, tra Europa e Israele, non sarebbe nemmeno possibile…. Non si discute il diritto alla libera critica delle scelte dei governi di Israele. Ad essere in discussione è la forma che spesso assume la critica nei confronti dello Stato di Israele, i diversi pesi e misure utilizzati per argomentarla, i luoghi comuni che animano il discorso, il gioco perverso dei simboli, con le vittime che si trasformano in carnefici.”
Altre indicazioni sul dibattito nel mondo ebraico italiano si possono attingere dalle riviste ebraiche: Shalom (romano, in genere assai apologetico verso Israele e polemicamente avverso ai suoi critici), Ha-keillah (torinese, di taglio più colto, politicamente progressista, spesso critico nei confronti di Israele), Keshet (milanese, organo di dibattito di un gruppo di ebrei laico – liberali, molto aperto al confronto interculturale). Infine vi sono le attività pubbliche di organismi e associazioni volontarie. Ne ricordo brevemente alcuni.
La Federazione Sionistica italiana propugna gli ideali del sionismo, dell’emigrazione ebraica in Israele e di legami stretti tra il mondo ebraico della Diaspora e Israele, ivi incluso il sostegno ideale, politico e finanziario ad esso: in Italia essa ha una tradizione progressista.
Il Gruppo Martin Buber-Ebrei per la pace (www.martinbubergroup.org) muovendo dalla premessa dell’esistenza di diritti nazionali di pari dignità dei popoli israeliano e palestinese e della necessità di una soluzione negoziata del conflitto sulla base del principio di “Due stati per due popoli” e degli accordi di Ginevra del 2003, promuove incontri, seminari di studio, pubblicistica e altre iniziative di dialogo fra israeliani e palestinesi, ebrei e arabi in Italia.
Nelle attuali circostanze il Gruppo ritiene che l’apertura di trattative con l’Autorità palestinese, retta oggi da un governo di unità nazionale, e con la Siria sia una necessità vitale per Israele, stretto da ostilità su troppi fronti; che i palestinesi debbano trovare in sé stessi volontà e capacità di costruire un embrione di stato a Gaza, con un legame fisico e politico con la Cisgiordania evacuata da Israele, invece di insistere in una guerriglia sciagurata contro Israele; che Israele debba porre fine a azioni di guerra che troppo spesso colpiscono civili innocenti.
Vi sono poi individui aggregatisi di recente in un gruppo detto “Campo ebraico della pace” che agitano idee più radicali, opponendosi al permanere dell’occupazione israeliana nei territori, alle violazioni dei diritti umani dei palestinesi, ai sintomi più vistosi dell’incrudirsi della società israeliana e di un crescente razzismo antiarabo.

1.  Israele e Diaspora: due famiglie separate del popolo ebraico?

La storia del popolo ebraico, in quanto popolo disperso fra gli altri, è stata segnata dall’utopia di fondare una civiltà senza stato. Ma dopo l’orrore del nazismo esso ha dovuto assimilare gli strumenti del potere statuale, la politica, la forza delle armi. Ha esercitato il suo “diritto al ritorno” nella terra di Israele molto tardi, dopo grandi esitazioni e laceranti fratture al suo interno fra sionisti, non sionisti e antisionisti, e si è risolto ad edificare uno stato sovrano solo nel pieno della catastrofe immane del genocidio.
Si è così realizzato, almeno in parte, l’obiettivo storico del sionismo come movimento di emancipazione nazionale degli ebrei: un luogo, nella terra di Israele, o piuttosto su una frazione di essa, secondo l’idea della spartizione di Eretz Israel o della Palestina, (ovvero, nel moderno lessico della politica e delle risoluzioni delle Nazioni Unite, di “due popoli, due stati”), dove gli ebrei fossero maggioranza, potessero vivere in pace e sicurezza, fossero un popolo “normale e dessero così il loro apporto al concerto delle nazioni. Tale aspirazione si è attuata solo in parte, in quanto la normalità della pace, della sicurezza, dell’integrazione nella regione è ancora lontana.
Uno stato degli ebrei o per gli ebrei non significa di per sé sicurezza fisica per i suoi abitanti né la rimozione della condizione ebraica di precarietà e angoscia. Anzi il diritto di Israele a esistere come stato accettato nella sua integrità e sicurezza nel Medio Oriente è oggi ancora messo in forse. Lo è nei fatti, per il pericolo che incombe sulla vita dei suoi abitanti sotto l'azione folle dei terroristi suicidi e la minaccia esiziale dell’Iran; lo è per il senso di insicurezza psicologica che questa situazione infonde negli israeliani.
Una nazione forte della sua straripante supremazia militare, ma anche debole per l’angoscia che il perdurare della guerra e della violenza terroristica incute nel paese. Una nazione che è occupante, ma anche assediata, che dispone di una vasta potenza bellica, ma con un sottofondo di fragilità e solitudine, come David Grossman ben descriveva in un suo discorso al Festival delle Letterature a Roma qualche anno fa: una nazione di rifugiati e di immigrati, figlia di una storia di persecuzioni ed esilio il cui diritto all’esistenza è stato per anni rigettato dal mondo arabo-islamico.
Oggi vi è, nel concreto esistere degli ebrei nel mondo, una bipolarità: Diaspora e Israele, esilio e stato-nazione. Questa dualità non è scevra da conflitti, ma offre agli ebrei una scelta possibile tra l’integrazione nelle società occidentali che si evolvono pur con fatica verso forme multiculturali e un’identità politico-nazionale.
Ritengo, personalmente, che la dualità tra Diaspora e Israele, la separazione tra le due "famiglie" del popolo ebraico, siano destinate ad accentuarsi con il tempo, tanto più quanto più Israele diventerà uno stato "normale", con eguali diritti per i suoi cittadini e pienamente integrato in un Medio Oriente pacificato. Divergono, infatti, gli interessi oggettivi di Israele, dove gli ebrei vivono un'esistenza nazionale indipendente sotto un governo "ebraico", che persegue gli interessi nazionali di uno stato retto da una maggioranza ebraica, e della Diaspora, dove gli ebrei sono cittadini di altri stati, alle cui leggi rispondono, alla cui vita civile e politica partecipano, pur mantenendo un legame affettivo-culturale con la terra e lo stato di Israele.
Ma non è questa la condizione dell’oggi, in cui l’esistenza di Israele nella regione come stato sovrano e in pace con i suoi vicini è ancora in pericolo, e fortissimo il sentimento di solidarietà che questo pertanto alimenta negli ebrei del mondo. Israele è stato ancora in anni recenti il luogo fisico di rifugio delle persecuzioni antiebraiche in Argentina, Iran, Etiopia o nei paesi dell’ex Unione Sovietica e resta anche solo simbolicamente tale per buona parte degli ebrei del mondo. Israele pretende talora di rappresentare gli ebrei nella loro totalità, di difenderne i loro interessi: è una posizione inaccettabile. E’ indubbio però che gli atti di Israele si riverberano oggettivamente, in maniera diretta o indiretta, sugli ebrei nel mondo e che quindi esso non può prescindere da tali effetti nel modulare le sue scelte politiche.
Il mondo ebraico d'altra parte in Italia, in Europa, in altri paesi è tutt'altro che un soggetto unico e monolitico, percorso come è da forti diversità di identità religiosa, culturale e politica. Nel rapporto con Israele, gli ebrei sono uniti nella difesa del suo diritto irrinunciabile di esistere come popolo e come stato, in pace e sicurezza, ma si interrogano angosciosamente e spesso si dividono aspramente circa le azioni dei suoi governi. Questo pluralismo di opinioni è un valore essenziale da preservare. È importante liberarsi della falsa idea che lottare in difesa di Israele o contro l'antisemitismo esiga il sostegno acritico, indifferenziato alle scelte dei suoi governi. In molti ebrei vi è un istinto difensivo a negare a sé stessi che Israele sia colpevole di errori e malefatte nel conflitto che lo oppone ai palestinesi. Questa posizione – che io ritengo sbagliata, inaccettabile – trova un substrato psicologico nella memoria della persecuzione e nel risorgere odierno dell’antisemitismo. E’ come se lo status di vittime o di eredi di vittime conferisse di per sé un senso di “immunità” al male, di superiorità morale; come se la moralità fosse un attributo naturale che viene da quella condizione storica di sofferenza, invece di una conquista quotidiana con azioni concrete.
Ritengo, invece che, gli ebrei della Diaspora, pur non essendo cittadini di Israele e votanti nel paese, abbiano il diritto-dovere di esprimere il loro dissenso allorché ritengono che la politica di Israele sia sbagliata o autodistruttiva per il futuro stesso del paese. È un atteggiamento che unisce rassicurazione e critica: rassicurazione al popolo e allo stato di Israele della solidarietà fattiva della Diaspora, del sostegno al diritto di Israele all'integrità e alla sicurezza; critica agli atti dei suoi governi, quando il rifiuto di un compromesso con i palestinesi, il ricorrere al solo strumento della repressione militare del terrorismo, lasciano presagire un futuro di perpetuo conflitto tra i due popoli.
E’ però del tutto illecito che un’opinione pubblica corriva, maitres–à–penser supponenti, e purtroppo anche il Ministro degli Esteri D’Alema (in una assai criticata intervista del novembre scorso) non distinguano tra ebrei e Israele, ignorando semplicisticamente la complessità di quel legame e chiamino gli ebrei, come individui e come collettività, a esprimere una pubblica dissociazione da quanto accade in Israele. Un’accusa infondata di silenzio, peggio una chiamata di correità che costringe gli ebrei a penose autodifese prive di senso, se non nel regno del sospetto.