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"ISRAELE-PALESTINA, 60 anni di conflitto: quali i termini del negoziato e tra chi?"

Interviene:
Menachem Klein

Il Pitigliani, Via Arco dei Tolomei 1

14 maggio 2008,
ore 21


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Sulla convivenza pacifica tra osservanti e laici nell’ebraismo

di Giorgio Gomel, Ha-Keillah, febbraio 2007

I.    Premesse e convincimenti

  1. Il convivere di tanti modi di essere ebrei, di riconoscersi come tali, di vivere l’identità ebraica è un valore essenziale che ha consentito agli ebrei, aggregatisi in comunità, di preservare una loro unità di gruppo nella storia. L’esistenza di identità multiple è stata elemento caratteristico dell’ebraismo. Fino all’Ottocento la distinzione era geografica (sefarditi vs. ashkenaziti) e ideologica (chassidim vs. mitnagdim; tradizionalisti vs. modernizzanti; ortodossi vs. riformati). Dall’inizio del Novecento il conflitto di identità ha contrapposto da un lato religiosi e “laici”; dall’altro sionisti e antisionisti - questi ultimi, un universo eterogeneo, dagli ortodossi ai bundisti ai comunisti. Dopo il 1948, si è affermata una bipolarità: Diaspora e Israele. Con la nascita di Israele, l’identità ebraica è diventata una “trinità”: quella politico-nazionale-territoriale (in Israele); quella religiosa-diasporica; quella di ebrei che tendono ad integrarsi in società occidentali che si evolvono pur con fatica verso forme multiculturali, alla cui vita civile e politica essi partecipano, e che mantengono legami affettivo-culturali di appartenenza all’ebraismo e di vicinanza con la terra e lo stato di Israele.
    Ci sono stati invero rotture e scismi nella storia dell’ebraismo, ma il pluralismo ha prevalso. Oggi la minaccia di una frattura che divida gravemente il mondo ebraico viene dall’affermarsi di un’ideologia integralista: si affermano idee per cui solo l’ortodossia “pura e dura” è vero ebraismo, mentre gli altri – i non ortodossi – non hanno uguale diritto all’appartenenza, perché assimilati, o quasi transfughi dall’ebraismo. Dobbiamo invece affermare un ideale di rispetto reciproco, di apertura e accoglienza delle comunità, di unità, non di chiusura e di esclusione. Affermare una pratica di dialogo, non nel senso di dissolvere le differenze di opinione che vi sono fra ebrei, ma di saperle confrontare e dibattere. Lo stesso ostracismo dell’ebraismo ufficiale e rabbinico verso i nuovi ebraismi che si manifestano in Italia ci deve spingere a difendere i diritti di tutti ad esprimere la propria appartenenza all’ ebraismo.
    L’ortodossia è minoranza nell’ebraismo mondiale: il che fare dei “non ortodossi” e degli ebrei laici – “chilonim o chofshim” – che ne sono maggioranza, e che vogliono tuttavia appartenere all’ebraismo, è quindi esigenza fondamentale.
    Gli ortodossi vantano un loro primato, un merito esclusivo: quello di trasmettere l’ebraismo nelle generazioni, di preservare la continuità della dottrina. Questo è vero storicamente, o no? È controvertibile. Un nostro limite – quello di ebrei non osservanti, – è il conferire implicitamente agli altri – ortodossi, difensori della tradizione – la delega di rappresentare e preservare l’ebraismo, un ebraismo pieno, totalizzante. Noi ne esprimiamo una parte, e con modestia e quasi soggezione, consapevoli di questa nostra limitatezza, accettiamo di essere subalterni: loro sono gli ebrei a pieno tempo, a tutto corpo, noi degli ebrei limitati.
    Questo è un errore politico, psicologico, culturale. Ma qui vi è una questione di cultura ebraica; ricordo la giusta insistenza di Amos Luzzatto sull’imperativo per gli ebrei laici e progressisti di essere pienamente intrisi di cultura ebraica.
  2. Siamo dominati oggi dalla paura. Gli ortodossi hanno paura dell’assimilazione, della scomparsa della particolarità ebraica in una società che tutto annulla e omologa, anche se la nozione di assimilazione è impropria perché oggi la spinta non è tanto a negare la propria identità ebraica quanto ad affermarla nello scambio con il mondo non ebraico. Non è più, infatti, l’assimilazione liberale-borghese dell’ebraismo dell’800 o quella socialista-rivoluzionaria del ‘900, ma, piuttosto, la ricerca consapevole di un incontro tra culture, quella ebraica e quella “occidentale”. I non osservanti hanno paura dell’indurirsi dell’ortodossia, fino alla perdita della libertà, del proprio diritto ad essere riconosciuti come ebrei a pieno titolo. Queste paure, se non vinte, renderanno il dialogo via via più difficile.
  3. Nel matrimonio misto c’è una dualità fra le scelte individuali e le esigenze della comunità, ma non lo si può dipingere come una patologia maligna, un passaggio ineluttabile all’assimilazione, alla negazione dell’ebraismo. In alcuni casi esso porta al nucleo ebraico ebrei nuovi e consapevoli di esserlo quando il partner non ebreo vuole unirsi in qualche modo alla religione o al popolo ebraico o comunque chiede al partner ebreo un impegno più cosciente nel trasmettere cultura ebraica ai figli. Più che una causa, il matrimonio misto è un effetto della crisi dell’ebraismo come osservanza dei precetti nelle società contemporanee, in cui la religione non è più dominante come regola di vita e le stesse differenze fra le religioni tendono ad attenuarsi.
  4. Un po’ di senso concreto della storia e della demografia ci deve indurre ad attribuire valore preminente alla continuità, alla sopravvivenza di un ebraismo esiguo come quello italiano, invece di rischiare di ridurlo ai pochi depositari “puri e duri” dell’ortodossia. Ebreo non è tanto chi è figlio di madre o di padre ebreo, fra i quali personalmente io non distinguo, ma – come notò alcuni anni fa Jonathan Sacks, rabbino capo di Inghilterra – chi avrà nipoti ebrei, chi sarà stato capace di trasmettere i valori positivi dell’ebraismo, di mantenere la sua capacità di attrarre le generazioni future.
  5. Anche per i figli di madre non ebrea, le Comunità dovrebbero assicurare che siano accolti nella scuola ebraica, anche se formalmente e “provvisoriamente” non ebrei, in quanto in attesa del loro ghiur. La scuola è, infatti, il principale luogo di formazione e socializzazione ebraica e quindi deve essere parte integrante del percorso di bambini e ragazzi verso l’ebraismo.

II.    Il che fare in Italia oggi

Nel Congresso dell’UCEI del luglio scorso, un congresso mediocre, povero di contenuti, e dominato da schermaglie tra schieramenti politici contrapposti, si è fatto un passo avanti significativo sul tema del pluralismo, almeno nei propositi. Sulla spinta del dibattito degli ultimi anni e della nascita di aggregazioni ebraiche plurali, che tendono ad autogestirsi al di là e al di fuori delle Comunità, della domanda di ammissione all’UCEI di Lev Chadash e di un documento distribuito al Congresso da Beth Toledot, il Congresso ha deliberato di svolgere una “indagine conoscitiva sulle realtà ebraiche non ortodosse che possa portare a un tavolo di confronto”. Questa indagine, unita ad altre sugli “ebrei lontani” dalle Comunità, dovrebbe essere oggetto di discussione a cui dedicare giornate di studio.
C’è da augurarsi che la mozione non resti enunciazione retorica, ma abbia concreta attuazione. Vi è un’esigenza, in primo luogo, di conoscere cosa sta avvenendo in Italia, lungo i confini o al di fuori dell’ebraismo ufficiale, in analogia con altri ebraismi della Diaspora.
La questione per noi che affermiamo l’esistenza di modi plurimi di vivere la propria identità ebraica e crediamo nell’apertura e nel dialogo con coloro che sono “ebrei lontani” o “marginali” è quanto essere inclusivi
. Si può accettare la definizione proposta dall’ebraismo laico e umanista per cui ”Ebreo è persona di nascita ebraica o chiunque si dichiari ebreo e si identifichi con la storia, i valori etici, la cultura, la civiltà, la comunità e il destino del popolo ebraico”(1)? È troppo inclusiva?
A me sembra che il discrimine per essere ebreo sia il riconoscersi nella continuità storica e culturale dell’ebraismo, come popolo, non come religione.
La questione è se vi debba essere un atto formale che sancisca il passaggio dalla condizione di non ebreo a quella di ebreo. Se sì, quali possono essere le modalità? In un articolo “Tre parole” su HK del 2005 Anna Segre ne individua tre: 1) una conversione ortodossa automatica per tutti coloro che lo richiedono; 2) l’accettazione di conversioni effettuate anche da “riformati” o “conservative”; 3) l’accettazione come membro della comunità ebraica di chiunque lo desideri, manifestando così il proposito di essere parte del popolo ebraico, in analogia con quanto accade in Israele secondo la “legge del ritorno”.
Le soluzioni 2 e 3 darebbero luogo a comunità separate o categorie distinte di ebrei – quelli accettati come tali da tutti e quelli non. La soluzione 1 sarebbe idealmente preferibile proprio perché garantirebbe l’unità del popolo ebraico, ma è osteggiata dagli ortodossi.
Ritengo che sia necessario un gentlemen’s agreement, un patto di convivenza pacifica tra gli ebrei italiani, religiosi e laici, osservanti e non, che tenga conto della pluralità delle realtà ebraiche in Italia, anche per effetto della globalizzazione, delle migrazioni, della sprovincializzazione di un ebraismo italiano finalmente più esposto al mondo e variegato.
Il gentlemen’s agreement dovrebbe tradursi nella trasformazione delle Comunità e dell’UCEI, non in una federazione di congregazioni o confessioni ebraiche (difficile da realizzarsi per la scarsità numerica degli ebrei italiani, per il complesso sistema delle Intese con lo Stato, nonché perché ne sarebbero esclusi gli ebrei laici), ma in una “casa comune” degli ebrei residenti nel territorio. L’UCEI potrebbe includere, accanto alle comunità tradizionali, anche associazioni, aggregazioni, gruppi, senza pertanto sconvolgere il suo Statuto e le Intese con lo Stato; queste associazioni o gruppi potrebbero a loro volta strutturarsi localmente in rapporto con le comunità oppure autogestirsi.


 

  1. International Federation of Secular Humanistic Jews, Risoluzione del Congresso di Bruxelles, 1988.