D’Alema, Israele e quegli “stimoli perduti”
Dobbiamo lavorare tutti insieme, ebrei e non ebrei, israeliani e palestinesi, senza delegittimazioni reciproche
di Fernando Liuzzi, L’Unità, martedì 16 gennaio 2007, pag. 27 /commenti
Vorrei fare anch’io qualche osservazione sulla prefazione scritta da Massimo D’Alema per il libro di Bice Foà Chiaromonte e pubblicata sabato da “L’Unità”. Che cosa dice, tra l’altro, D’Alema? Primo: Israele “vive circondato da cinquecento milioni di persone” che lo “odiano”. Parole crude e, oso sperare, forse eccessive. Secondo: “Anche avere le bombe atomiche non è una garanzia definitiva di sicurezza”. Giustissimo: la pura deterrenza militare non basta e non basterà mai. La vera sicurezza nasce da un assetto politicamente stabile che annulla i motivi di conflitto.
Terzo: “Se fossi un governante israeliano avrei come principale obiettivo creare uno Stato palestinese”. Condivido. Ma osservo che, detta così, questa affermazione può suggerire al lettore che questa idea non sia mai venuta in mente a nessun “governante israeliano”. Mentre sono sicuro che D’Alema sa bene che lo scopo dell’azione politica di uomini quali Rabin e Peres, Barak e Ben Amì è stato proprio questo.
Ma andiamo avanti. “Noi abbiamo bisogno - scrive D’Alema - di una comunità ebraica che non si separi da Israele” e che invece “sia in grado di esercitare uno stimolo critico”. Purtroppo, però, “negli ultimi anni questa capacità si è molto attenuata”. Anzi, di più: D’Alema dà per assodato che “le comunità ebraiche abbiano perduto” tale capacità e con essa quella di influire “sulla politica israeliana” affinché “la classe dirigente possa affrontare il futuro” come costruzione di una pace “fondata sulla convivenza con i vicini”.
Ricapitolando: secondo D’Alema, nelle teste dei dirigenti israeliani questo progetto di convivenza si sarebbe “molto indebolito”. Inoltre, dal mondo ebraico diasporico, o quanto meno dalle piccole comunità ebraiche italiane, non verrebbero più “stimoli critici” atti a far comprendere agli israeliani che quella che hanno fatto sin qui è stata “una politica miope”. Ma siamo sicuri che le cose stiano veramente così?
A scanso di equivoci, credo sia giusto dire che nella recente crisi libanese il Governo italiano, e in primis il suo Ministro degli Esteri, hanno mostrato un coraggio e una capacità di visione ammirevoli. L’Italia ha sicuramente giocato un ruolo decisivo nella ricerca di una soluzione che, da un lato, ha consentito a Israele di ritirare le sue truppe entro frontiere rese almeno provvisoriamente sicure mentre, dall’altro, ha consentito allo Stato libanese di riportare la propria sovranità su zone che, per anni, erano state sostanzialmente occupate dalle milizie di Hisbollah.
Ma, ecco il punto, si tratta di una soluzione temporanea. Per consolidarne e massimizzarne gli effetti positivi, occorrerebbe sviluppare un’iniziativa politica, cioè un elemento dinamico che spingesse verso la ricerca di nuovi equilibri. Orbene: in questo scenario, reso particolarmente incerto dalla minacciosa azione di Ahmadinejad, c’è qualcosa di utile, qualcosa di positivo che può essere fatto, non dico dalle Comunità ebraiche, che hanno altre funzioni istituzionali, ma dal mondo ebraico italiano e, in senso assai più ampio, diasporico? Con l’ottimismo della volontà rispondo: sicuramente sì. E che cosa, in particolare? Quello che è stato fatto, dalle forze progressiste della diaspora, almeno a partire dal 1982, e cioè dalla prima invasione del Libano. Ovvero, come D’Alema ben sa e dice, da un lato appoggiare le forze della sinistra israeliana, dall’altro aiutare le forze della sinistra europea ad avere una comprensione più ravvicinata della complessa realtà mediorientale.
E allora, si dirà, qual è il problema? Il problema è che le forze che, tra gli israeliani e i palestinesi, si sono più spese per costruire una pace possibile sono state fin qui sempre sconfitte da chi tale pace non voleva. Lo stesso è accaduto proprio l’estate scorsa a Olmert, i cui propositi di portare avanti le idee dell’ultimo Sharon, attuando parziali ma importanti ritiri dalla Cisgiordania, sono stati azzerati sotto i convergenti attacchi di Hamas e di Hisbollah.
Le sconfitte pesano. Ma sappiamo tutti che abbiamo di nuovo, di fronte a noi, molte cose da fare. Facciamole insieme, allora, ebrei e non ebrei, italiani ed europei, israeliani e palestinesi,senza delegittimazioni reciproche e unendo tutte le forze di progresso e di pace.