Quel Dreyfus abusivo che scrive su “Libero”
di Fernando Liuzzi, L’Unità, venerdì 5 gennaio 2007, pag. 25 /commenti
Povero Dreyfus! Come se non fosse già stato abbastanza sventurato da vivo, adesso gli è capitata un’altra imprevedibile disgrazia. Nel senso che del suo onesto nome, già una volta ingiustamente disonorato, si è recentemente quanto abusivamente appropriato un polemista reazionario, per metà leghista e per metà teocon. Il quale, da qualche tempo, ha iniziato a collaborare a “Libero” celandosi, appunto, dietro questo incongruo nom de plume: Dreyfus.
Preciso che quando dico povero Dreyfus non mi riferisco certo a Richard Dreyfus, l’attore statunitense che deve la sua fama a film quali American Graffiti e Incontri ravvicinati del terzo tipo. Ma al capitano Alfred Dreyfus. Il quale, benché innocente, nel 1894 fu condannato all’ergastolo, per spionaggio a favore della Germania, da un tribunale militare francese.
Dreyfus, di per sé, non era un eroe del Progresso. Era solo un ebreo alsaziano che desiderava servire lealmente, come militare, quella che considerava la sua patria: la Francia. Ma le sue origini ebraiche e il suo cognome tedesco ne fecero in qualche modo, in un processo deciso in partenza, un “non francese” e quindi un perfetto capro espiatorio. Per uno scherzo del destino, la sua personale disgrazia sta all’origine di due fatti gravidi di conseguenze. Il primo, decisivo per la storia del popolo ebraico, è la nascita del sionismo politico. Il secondo, centrale per la storia interna francese, è la battaglia che si aprì attorno al “caso Dreyfus”.
Da un lato, l’ebreo ungherese Theodor Herzl, che seguiva il processo del ’94 quale inviato di un giornale austriaco, fu sorpreso e allarmato dall’ostilità antiebraica che percorreva in quei giorni la civilissima Francia. Tanto da pensare che, per gli ebrei, non ci fosse più posto in Europa e da sentire l’urgenza di dar vita a un movimento politico che potesse assicurare loro un futuro altrove.
Dall’altro lato, il “caso Dreyfus” fu un avvenimento che ebbe enorme rilievo nella vita politica francese, soprattutto dopo che Emile Zola, col suo famoso pamphlet J’accuse (1898), lanciò la campagna che doveva poi portare a un secondo processo e alla riabiltazione dello stesso Dreyfus (1906). L’atteggiamento nei confronti del caso divenne infatti lo spartiacque attorno a cui si costituì, in Francia, la differenza fra destra e sinistra. La prima colpevolista, reazionaria, illiberale, nazionalista e antisemita, la seconda innocentista, progressista, repubblicana, umanitaria e razionalista.
Cosa c’entra con tutto questo il Dreyfus di “Libero”? Difficile capirlo. Ci troviamo, infatti, davanti a un signore che un giorno (20 dicembre), esalta Umberto Bossi e Oriana Fallaci perché fanno muro contro il “relativismo nichilista dei radicali” e contro “l’islamismo degli invasori”. Mentre un altro giorno (4 gennaio) mette nell’elenco dei cattivi, un po’ alla rinfusa, Pannella, il “Corriere della Sera” e Che Guevara. Usando, in entrambi i casi, argomenti che non sarebbero dispiaciuti ai libellisti francesi che, cento anni fa, prendevano di mira Dreyfus (quello vero) e Zola. Un signore, ancora, che il 2 gennaio ha firmato un articolo di prima pagina sull’ingresso di Romania e Bulgaria nell’Unione europea simpaticamente intitolato “Allarme a Milano e Roma: arrivano 30mila zingari”. Articolo in cui, tra l’altro, definisce letteralmente “i rom” come “un’etnia poco produttiva”.
Invece di combattere i pregiudizi, come dovrebbe fare una stampa responsabile, il nostro Abusivo li alimenta, a 360 gradi. Se non può cambiare testa, almeno cambi nome. E lasci riposare in pace chi proprio di oscuri pregiudizi fu drammaticamente vittima.