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"ISRAELE-PALESTINA, 60 anni di conflitto: quali i termini del negoziato e tra chi?"

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Il Pitigliani, Via Arco dei Tolomei 1

14 maggio 2008,
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MEDIO ORIENTE. RISPOSTA ALL’APPELLO DI MARCO PANNELLA

Ecco perché Israele non può (né vuole) entrare a far parte dell’Unione europea

di Fernando Liuzzi, Il Riformista, giovedì 24 agosto 2006, pag. 2

Pannella ha lanciato un appello a sostegno di una proposta su cui impegnarsi “da subito”: “l’ingresso di Israele nell’Unione Europea”. Una proposta volta a salvare insieme, se ben comprendo, Israele dalle esplicite minacce iraniane, la pace dagli incombenti pericoli di guerra e l’Europa dalla sua mortificante inconsistenza progettuale e politica.

Le iniziative di Pannella sono sempre creative e generose; questa, però, mi pare anche sbagliata. Per spiegare perché, ricorrerò a un paragone tra Israele e Turchia.

Perché la Turchia ha chiesto di aderire all’Unione europea? Per un motivo semplice anche se forse non più evidente: la Turchia è Europa. E perché Israele, almeno finora, non lo ha chiesto? Per un motivo altrettanto semplice anche se, forse, altrettanto poco evidente: Israele, qualsiasi cosa ciò voglia dire, è Medio Oriente.

Perché dico che la Turchia è Europa? Non solo perché la sua città più significativa si trova collocata per metà, in termini di geografia fisica, sul suolo europeo. Ma perché questa città è Istambul, cioè Bisanzio, cioè Costantinopoli. E l’Impero Ottomano è stato costruito dai turchi sulle vestigia, e a calco, dell’Impero Romano d’Oriente.

All’inizio del Novecento, la Turchia veniva normalmente considerata come una potenza europea. Quando fu sconfitta nella Prima Guerra mondiale, e perse il suo ruolo dominante sul Medio Oriente, si chiuse però in sé stessa. Quanto ai vincitori, inglesi e francesi furono capaci di spezzare un antico equilibrio, non di crearne uno nuovo. Ciò che ha reso il Medio Oriente un’area perennemente instabile non è, come si continua pigramente a ripetere in Europa, la nascita dello Stato di Israele (1948), ma la fine del dominio turco (1918). Ovviamente, non dico questo per suggerire rimpianti. Lo dico per identificare un problema. Che, a mio avviso, è appunto quello di un equilibrio prima logorato, poi spezzato e mai più ricostruito. Con le tragiche conseguenze che si conoscono.

Pannella avverte con acutezza il pericolo oggi incombente, ma oso dire che sbaglia l’analisi delle sue cause e quindi la terapia. Il pericolo è quello del “prossimo scatenamento di una guerra globale, senza confini geopolitici, etici, umani”. Ma la causa non sta in quel “lembo di terra” attorno a cui potrebbe scatenarsi “un’orrenda apocalisse”, bensì in una situazione politica che, dall’assenza di equilibrio, è recentemente regredita verso un caos quasi assoluto.

Se avvenisse quel che propone Pannella, ovvero “l’ingresso di Israele”, e - a quel che si capisce, almeno per un certo lasso temporale, del solo Israele - “nell’Unione europea”, si aggiungerebbe squilibrio a squilibrio, sospetto a sospetto, rancore a rancore. Non foss’altro perché si rafforzerebbe, nella percezione dei paesi arabi circonvicini, l’idea che, come scrive Pannella con parole di cui non sembra cogliere l’intero significato, Israele sarebbe una “testa di ponte” europea in Medio Oriente. Il che, visto dall’altra parte, è un po’ come dire un corpo estraneo. E i corpi estranei, si sa, vanno espulsi, non accolti.

Qual è il nocciolo del messaggio che Ahmadinejad lancia e rilancia da Teheran? E’ proprio questo: Israele, in Medio Oriente, è un corpo estraneo. Gli ebrei dovrebbero fare le valige e tornarsene in Europa. Con intenzioni sicurissimamente opposte, Pannella finisce per sostenere una tesi speculare a quella del duce iraniano. Non sono gli ebrei a dover tornare in Europa. E’ l’Europa che deve andare da loro inglobando Israele nell’Unione. Tesi che, certo non volendo, rischia di avvalorare quella cara al regime khomeynista.

Fin dall’inizio, invece, la scommessa di Israele è stata quella di mettersi dietro le spalle le origini europee dei suoi fondatori. E oggi, da molti punti di vista, è un paese del Medio Oriente. Lingue, musica, cucina, clima, deserto, odori. Per non parlare della popolazione fatta in buona parte, oltre che di palestinesi e drusi, di ebrei originari di paesi quali Marocco, Libia, Etiopia, Yemen, Iraq, Iran. Ma soprattutto, è lì dove sta, in Medio Oriente, che Israele ha bisogno di costruire il proprio futuro.

E allora, che fare? Primo, accelerare al massimo l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Per ritrovare una storia comune. E per rafforzare la capacità dell’Unione di avere qualche influenza sulle dinamiche politiche mediorientali. Secondo: da subito, gli europei dovrebbero fare come facevano gli americani. Ovvero assumere una vigorosa iniziativa politica per riportare israeliani e palestinesi a un tavolo di trattative. Puntando a far finalmente nascere lo Stato arabo, e democratico, di Palestina. Terzo, lavorare, come già suggerito da Peres, alla costruzione di una forma di alleanza economica subregionale che raccolga, come minimo, Israele, Palestina e Giordania, e poi associare quest’alleanza all’Unione Europea. Sottolineo “poi”. Perché il timing, in politica, se non tutto è certo molto. Infine, l’Unione dovrebbe elaborare una politica, articolata ma ferma, volta a contrastare l’aggressivo egemonismo del regime khomeynista; e altre specifiche linee di intervento sugli altri problemi della regione.

Parole? Ahimè, solo parole. Ma volte a comunicare l’idea che, volendo, l’Europa potrebbe fare molte cose per contribuire alla ricostruzione, in termini certo nuovi, di quel famoso equilibrio. Quanto a Pannella, dobbiamo ringraziarlo per averci costretto, ancora una volta, a ragionare su quali siano i nostri impegni più urgenti.