appuntamenti"ISRAELE-PALESTINA, 60 anni di conflitto: quali i termini del negoziato e tra chi?"
Interviene: Menachem Klein Il Pitigliani, Via Arco dei Tolomei 1 14 maggio 2008, ore 21 ...continua archivio |
Fascisti islamici, Bush dice una cosa di sinistraBush ha cambiato linea ma non tutti se ne sono accorti. A casa nostra (vedi il Riformista ieri) prevalgono dotte discussioni con le quali osservatori politici si cimentano nel dare voti in storia o in filosofia ai potenti del mondo. Ma Bush, lo sappiamo tutti, non è un filosofo: è un leader politico, la guida di una superpotenza, il comandante supremo di un esercito impegnato (e non a chiacchiere) in una e più guerre contro fazioni armate islamiste. L’uso del termine «fascismo islamista», per quanto improprio, è un fatto in primo luogo politico: è la definizione di un nuovo paradigma e di un conseguente approdo politico. Del resto era improprio anche l’”uso” della lettura huntingtoniana dello scontro di civiltà. Per capire la portata di questa scelta, del profondo cambiamento di linea politica dalle conseguenze incalcolabili, è sufficiente soffermarsi su questa prima ed elementare osservazione: la teoria dello scontro di civiltà è stata abbandonata. Da una teoria apocalittica, dalle forti venature reazionarie, basata su categorie culturali e antropologiche, che condanna il mondo alla spaccatura e allo scontro a prescindere dalla volontà degli uomini, si è passata a una teoria basata su categorie politiche, che fa intravedere una possibilità di futuro, che può unire o spaccare il mondo a seconda della volontà, delle idee, delle azioni degli uomini. Con lo scontro di civiltà noi occidentali (cioè noi tutti, conservatori o progressisti) eravamo inevitabilmente divisi dai popoli musulmani e condannati allo scontro con loro. Non solo: noi avevamo qualcosa di speciale, che definiva la nostra qualità (superiorità?), da esportare: la democrazia. Ora con il frasario del fascismo islamista, si riconosce e si valorizza l’esistenza dei democratici nel mondo arabo: insieme a loro, uguali a noi per valori, si può lottare contro il pericolo comune e per un mondo migliore. Anzi, in nome dell’antifascismo sarà più facile per gli Usa riabbracciare i fratelli europei e la Russia: la forza delle parole non è nella loro elitaria lettura filologica, ma nella loro capacità evocativa, per gli individui e, quindi, per i popoli. Già in Algeria, negli anni della guerra civile, non pochi giornalisti definivano fascisti i fanatici del Fis; anche a Sarajevo i resistenti definivano fasciste le truppe di Milosevic. Del resto il fascismo non è stato uno: tanti e diversi fascismi hanno tormentato la libertà dei popoli a varie latitudini. L’azzardo concettuale del «fascismo islamista» trova la sua legittimità nella forza del “senso comune” che il temine esprime, e nei “codici” che evoca. Certo sarebbe più corretto parlare di totalitarismo islamista. Resta che, istintivamente, definiamo fascista chi propone una dottrina totalitaria identitaria. Sarà bene lasciare agli studiosi la polemica accademica, e cogliere il significato della novità: sì, perché un cambiamento c’è stato. Bush cerca dialogo: con l’elettorato democratico americano, con le opinioni pubbliche del Vecchio continente, con le forze progressive e liberali nel mondo musulmano. È un’altra storia.
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