appuntamenti"ISRAELE-PALESTINA, 60 anni di conflitto: quali i termini del negoziato e tra chi?"
Interviene: Menachem Klein Il Pitigliani, Via Arco dei Tolomei 1 14 maggio 2008, ore 21 ...continua archivio |
Il dibattitoDiscutiamo di tutto, quello che non è lecito è mettere in dubbio la legittimità di IsraeleDal Medio Oriente continuano a giungere notizie luttuose. Ogni giorno missili, bombe, morti e feriti. In Israele, in Libano e a Gaza, per non parlare dell'Iraq. Su questo sfondo, un dibattito sull'antisemitismo più o meno presente nella sinistra italiana o, per converso, sul diritto di polemizzare con ciò che fa lo Stato di Israele senza essere accusati di antisemitismo può apparire ozioso. Ma bisogna prendere atto del fatto che, ogni volta che il Medio Oriente si infiamma, da noi tale dibattito torna ad accendersi. Forse è meglio parlarne e tirar fuori quel che c'è da tirar fuori. Da ultimo, questa discussione è stata rilanciata da Liberazione che, venerdì 4 agosto, ha pubblicato due articoli di Angelo d'Orsi e Lele Fiano. Con Fiano sono d'accordo. A quanto scrive d'Orsi vorrei invece tentare di porgere qualche amichevole replica. Riassumendo, mi pare di poter dire che d'Orsi ragioni più o meno così. Primo, io mi considero "di sinistra". Secondo, proprio perché sono di sinistra, sono impegnato a "combattere le disuguaglianze". In particolare, come intellettuale, sono impegnato a combattere le "forme ideologiche" che sono volte a "sancire le disuguaglianze" e, tra esse, "la più odiosa", ovvero "il razzismo". d'Orsi afferma poi di essere convinto del fatto che "delle tante forme di razzismo, la più perniciosa è il moderno antisemitismo politico", se non altro per "gli effetti" che ha prodotto. Inoltre, d'Orsi prende fieramente posizione contro i "negazionisti", ovvero contro chi nega che quei tragici "effetti" si siano mai prodotti. A questo punto, ovvero dopo aver dettagliatamente disegnato questo suo autoritratto politico-culturale ricco di benemerenze antirazziste, d'Orsi imprime improvvisamente un'altra direzione al proprio discorso. "Essere di sinistra, e sentirsi personalmente, anche affettivamente, vicino alla tragedia del popolo ebraico - si chiede - significa forse appoggiare la politica israeliana? Di più: significa accettare gli orientamenti politici delle Comunità israelitiche?" Dopo di che d'Orsi si lancia in un attacco in cui ciò che sembra premergli è affermare a chiare lettere che vari esponenti del piccolo mondo ebraico italiano hanno fatto delle cose di destra. Tipo, accompagnare Fini nel suo viaggio in Israele o prendere posizione contro la ventilata candidatura di Asor Rosa a ministro dell'Università e della Ricerca scientifica. Il tono con cui d'Orsi si esprime si gonfia fino ad alimentare una folata di sdegno con cui pare dar sfogo a pensieri troppo a lungo covati ma non espressi in forma pubblica. Secondo d'Orsi, nel nostro paese "un silenzio preoccupante" avrebbe "lasciato libero campo" niente meno che "all'integralismo israelitico"; il quale, a sua volta, sarebbe "sempre più legato all'oltranzismo politico israeliano". Quello stesso oltranzismo che, nella campagna in corso in Libano, "si sta rivelando nella sua cecità strategica e nella sua ferocia morale". Non è tutto. "E' tempo di gridare sui tetti ciò che tanti di noi - scrive d'Orsi - mormorano da tempo all'orecchio: basta con il ricatto dell'Olocausto. Non si può, per rimediare a una tragedia irredimibile consumata nella Seconda Guerra mondiale, dar vita a un'altra tragedia senza fine." Ho dato tanto spazio alla ricostruzione del ragionamento di Angelo d'Orsi perché mi pare che abbia, per così dire, il merito di esporre in forma discorsiva un grumo di pensieri profondi diffusi in varie zone dell'opinione pubblica. Un grumo di pensieri che ha assai poco a che fare con la dinamica degli avvenimenti in corso in Medio Oriente e anche poco a che fare con la pur contrastata e complessa storia dei rapporti fra sinistra e questione ebraica. E che ha invece molto a che fare con ciò che è accaduto agli ebrei in Europa. Che cosa sarebbe mai questo cosiddetto "ricatto dell'Olocausto" che tanto inquieta il nostro d'Orsi? Non è, come molti credono, un ricatto politico fatto al mondo, o quanto meno all'Europa, da Israele o dagli ebrei della Diaspora. E' un ricatto che l'Europa fa a sé stessa. O per dir meglio, è un divieto che l'inconscio collettivo europeo impone all'Europa e cui l'Europa stessa reagisce in modo nevrotico. La sequenza è relativamente complessa. In primo luogo, l'Europa si sente colpevole verso gli ebrei per lo sterminio nazista (e per l'ondata di antisemitismo politico che ha preceduto tale sterminio). In secondo luogo, in Europa è diffusa la convinzione che la nascita dello Stato di Israele sarebbe una sorta di riparazione offerta agli ebrei per risarcirli della Shoah. Personalmente sono convinto che ciò non sia assolutamente vero, né da un punto di vista storico, né da un punto di vista giuridico. In ogni caso, non è all'Europa che va il merito (o la colpa) della nascita di Israele. Tale merito (o colpa) va ai sionisti, all'Unione Sovietica e agli Stati Uniti. Ma tant'è. In Europa molti continuano a pensare così: "Abbiamo dato Israele agli ebrei per farci perdonare di quello che gli avevamo fatto". Solo che il dono che avrebbe dovuto cancellare la prima colpa è causa di una nuovo senso di colpa, questa volta verso i palestinesi. In Europa, infatti, molti pensano: "Per fargli fare Israele, abbiamo dato agli ebrei una terra, la Palestina, che non era né nostra né loro." Un pensiero cui segue inevitabilmente questo corollario: "Visto che non sono in casa loro, almeno gli israeliani dovrebbero evitare di comportarsi male verso i palestinesi". Ed eccoci allo snodo decisivo del nostro ragionamento. Da un lato, l'inconscio collettivo europeo accoglie con sollievo un'immagine negativa della realtà ebraica. Gli ebrei non sono solo vittime, cioè vittime dell'Europa. Non sono solo deboli, bisognosi di solidarietà , e quindi "di sinistra". In quanto Israele, gli ebrei sono anche forti, e quindi "di destra". E se sono di destra, sono anche cattivi. Ma, ecco il punto, noi europei non possiamo dirlo. Se andassimo dagli israeliani a dirgli "smettete di fare del male ai palestinesi", loro potrebbero rinfacciarci tutte le persecuzioni cui noi li abbiamo sottoposti. Nel momento in cui l'inconscio collettivo europeo intravede la pista che può portare verso l'autoassoluzione che cancellerebbe l'angoscia derivante dalla consapevolezza del male fatto agli ebrei, questa stessa scoperta genera la paura di veder cancellata d'un colpo tale prospettiva di salvezza. Di qui un nuovo blocco nevrotico di cui vengono incolpati proprio coloro che sono, in questo caso, oggetto e non soggetto del discorso: gli ebrei. I quali sarebbero, per l'appunto, gli autori del cosiddetto "ricatto dell'Olocausto". Come liberarsi di questa doppia angoscia? Come trovare una via d'uscita? Con un atto di coraggio. Bisogna trovare la forza per dire che anche Israele, anche gli ebrei hanno le loro colpe. Dobbiamo "gridarlo sui tetti". Concludendo, a d'Orsi vorrei dire che criticare le azioni dei Governi israeliani è senz'altro lecito e non merita un'accusa di antisemitismo. Quel che non è lecito è continuare a revocare in dubbio la legittimità dello Stato di Israele. Non è lecito, né giusto, né utile. A parte ogni altra considerazione, chi lo facesse oggi porterebbe acqua al mulino di Ahmadinejad. Un mulino che certo non macina semi di pace.
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