appuntamenti"ISRAELE-PALESTINA, 60 anni di conflitto: quali i termini del negoziato e tra chi?"
Interviene: Menachem Klein Il Pitigliani, Via Arco dei Tolomei 1 14 maggio 2008, ore 21 ...continua archiviocontattaci |
I Palestinesi, Hamas e i dilemmi per IsraeleDue importanti eventi, in questi primi giorni di maggio, lasciano intravedere uno spiraglio possibile, se non di trattativa di pace, almeno dell’avvio di un processo graduale di distensione e di più pragmatica concretezza, dopo l’immobilismo di alcuni mesi, successivi all’ascesa al potere di Hamas. Il primo è costituito dalla decisione del Quartetto di fornire aiuti di carattere umanitario ai palestinesi, attraverso un meccanismo, ancora da inventare e su base temporanea, per il quale i flussi finanziari non transitino per l’ANP, ora guidata da Hamas. La decisione consentirà di fornire assistenza d’emergenza, congelata dal marzo scorso, al fine di evitare l’implodere della società palestinese in una crisi economico-sociale di estrema gravità. Il blocco degli aiuti (circa 1 miliardo di dollari l’anno), il rifiuto di Israele di trasferire all’ANP il gettito di dazi sui beni importati in Palestina (circa 60 milioni di dollari al mese), le restrizioni ai movimenti di merci fra la striscia di Gaza e Israele e all’interno della Cisgiordania hanno fortemente aggravato le condizioni dell’economia palestinese. Secondo il rapporto reso pubblico da J. Wolfensohn, inviato speciale del Quartetto alla fine del suo incarico, il reddito pro capite potrebbe crollare di un quarto nel 2006 qualora le attuali condizioni si protraessero. Alcune statistiche illustrano la gravità della situazione socio-economica e sanitaria a Gaza. Secondo un rapporto di “Medici per i diritti umani” – una associazione di medici israeliani impegnati nel soccorso sanitario ai palestinesi - , data la forte dipendenza dei palestinesi dall’ANP per le proprie esigenze sanitarie, la mancanza di fondi “condurrà alla morte di migliaia di persone nel breve termine e alla diffusione di malattie gravi nel medio”. La stessa UNRWA – l’agenzia dell’ONU di sostegno ai profughi palestinesi – che è il secondo datore di lavoro a Gaza dopo l’ANP, registra forti incrementi nella domanda di servizi da parte della popolazione assistita, circa il 70 per cento del quasi milione e mezzo di abitanti di Gaza. Più in generale, secondo un rapporto della Banca Mondiale , “….nelle attuali circostanze, i palestinesi occupati dall’ANP o dipendenti dai salari dell’ANP (circa il 30 per cento della popolazione) subiranno forti cadute del reddito, mentre la ANP non riuscirà ad assicurare i servizi essenziali e a mantenere l’ordine pubblico”. Ne potrebbero conseguire una crisi umanitaria; condizioni di insicurezza diffuse, con atti di violenza contro l’ANP da parte di individui depauperati e frustrati; una vera paralisi istituzionale dell’ANP, l’incapacità, cioè, di erogare servizi, come l’istruzione, che verrebbero trasferiti di fatto a privati, ovviamente di matrice religioso-fondamentalista. La seconda novità è l’appello sottoscritto da esponenti palestinesi, condannati e detenuti nelle carceri israeliane, quali Marwan Barghouti (dei Tanzim, formazione paramilitare di Al Fatah) e Abdal Khaleq Natche (di Hamas). Nel documento i firmatari sostengono la soluzione di “due stati per due popoli”, con il riconoscimento implicito della legittima esistenza dello stato di Israele e l’invocazione di uno stato palestinese pienamente sovrano entro i confini del giugno 1967, inclusa la divisione di Gerusalemme, che diverrebbe capitale dei due stati. Il negoziato dovrebbe essere condotto dal Presidente Abbas e l’eventuale accordo sottoposto al Parlamento o a un referendum popolare. In che senso questi due sviluppi possono dischiudere uno spiraglio negoziale? Quali condizioni devono realizzarsi perché riprenda slancio un percorso a cui il ritiro israeliano da Gaza dell’estate scorsa sembrava preludere, qualora si fosse affermato nella Gaza restituita alla sovranità dei Palestinesi un minimo di ordine civile e progresso economico, con legami fisici e politici con la Cisgiordania, un confine sovrano con l’Egitto e luoghi di transito aperti con Israele? L’elemento che oggi prevale è quello dell’unilateralismo. Gli israeliani restano convinti della mancanza di una controparte disponibile a una trattativa di pace; il governo procederà a ulteriori ritiri unilaterali, la cui entità e geografia restano incerte, ma non oltre il confine segnato dalla “barriera di separazione” in Cisgiordania, implicando quindi l’annessione de facto a Israele di vaste aree dove si addensano gli insediamenti israeliani più popolosi. Tra i palestinesi, Hamas soggiace alla assolutezza ideologica del “rifiuto di Israele”: il rifiuto di abbandonare la pratica della violenza, di riconoscere Israele e di negoziare con esso. Se non è possibile, in queste condizioni, riattivare un negoziato, si può almeno immaginare un percorso fatto di passi unilaterali che consentano di rompere l’immobilismo paralizzante di questi mesi? Hamas potrebbe accettare il piano proposto dalla Lega Araba nel 2002, che prevedeva il riconoscimento di Israelei, se si fosse ritirato dai territori occupati nel 1967, avesse accettato uno Stato palestinese con Gerusalemme Est come capitale, e una soluzione equa e concordata alla questione dei rifugiati. Una formulazione insufficiente all’avvio del negoziato con Israele, che non accetta di ritirarsi preliminarmente e di tornare ai confini del 1967, ma che rimuoverebbe il rifiuto ideologico di Hamas. Un secondo punto è la rinuncia alla violenza. Ma su questo vi è una distinzione da fare: il diritto alla lotta armata contro l’occupante è riconosciuto internazionalmente, come ha ammesso la stessa Livni, Ministro degli Esteri israeliano. Quello a cui Hamas deve rinunciare è il terrorismo contro i civili, impegnandosi a contrastare chi vi ricorre. Ma la cosa essenziale è che venga prorogata a lungo termine la tregua di fatto, la “Hudna”, sostanzialmente rispettata da Hamas dal febbraio 2005. Per quanto concerne Israele, il governo testé formato, con esile maggioranza, potrebbe decidere di bloccare gli omicidi mirati (se la tregua regge), di liberare un consistente numero di prigionieri palestinesi e di prendere misure per alleviare la vita quotidiana della popolazione palestinese sotto l’occupazione. Circa Hamas, dovrebbe continuare a isolarlo, forzando la caduta del governo democraticamente eletto nel voto di gennaio, oppure avviare qualche forma di negoziato? L’attuale atteggiamento di “wait and see” in attesa del crollo delle istituzioni palestinesi, e del caos anarcoide che ne potrebbe scaturire non sembra una avveduta scelta diplomatica. L’estremismo, la violenza terroristica, e il consenso popolare di Hamas sarebbero rafforzati da un’azione diretta a rovesciare il governo. Hamas si volgerebbe all’Iran sciita; forse la stessa Al Qaeda potrebbe infiltrarsi nei territori. L’interesse genuino di Israele è invece quello di spingere Hamas verso posizioni più moderate, di un islamismo radical-naionalista, ma non fondamentalista-jihadista, cercando di volgere le ambiguità della sua leadership e del sostegno dei palestinesi ad essa in favore di una coesistenza di fatto fra i due popoli. Non è trascurabile la forza legittimatrice che un’intesa anche parziale tra Israele e Hamas rivestirebbe presso i palestinesi e che oggi Al-Fatah, in opposizione ad Hamas, non sarebbe in grado di assicurare. Israele potrebbe negoziare con il Presidente dell’ANP, con il sostegno indiretto di Hamas e l’impegno comune di sottoporre a referendum gli eventuali accordi raggiunti.
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