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Il Pitigliani, Via Arco dei Tolomei 1

14 maggio 2008,
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Il pensiero "neoconservative" e gli ebrei americani

di Giorgio Gomel, Aspenia, n.32, 2006

I. Leo Strauss e i "neoconservatives"

Mark Lilla distingue un Leo Strauss "europeo" e un Leo Strauss "americano"[1]. Il Leo Strauss "europeo" è quello filosoficamente più genuino: un filosofo ebreo tedesco, allievo di Ernst Cassirer, Hermann Cohen e Edmund Husserl, che abbandonò la Germania nel 1932. Strauss, prodotto della Kultur germanica e della simbiosi ebraico-tedesca[2], affascinato dal sionismo negli anni '20, era uomo di multiformi ingegno e interessi. Scrisse su Machiavelli, Hobbes, Socrate e Platone, Spinoza e Maimonide, sul pensiero ebraico e islamico di età medioevale, sul giusnaturalismo moderno, sulla dualità tra filosofia e religioni rivelate, sulla questione ebraica e sul sionismo. Nella sfera della politica predicò il dialogo, la mediazione, il compromesso come soluzione alla natura irrimediabilmente imperfetta del mondo e dell'uomo. Nel suo scritto "Jerusalem and Athens: some preliminary reflections" rappresentò la bipolarità tra aspirazione all'assoluto e immanenza nella storia, tra rivelazione e ragione, tra Atene luogo della polis e dell'agire politico e Gerusalemme città di Dio, del Patto, dell'elezione.

Il Leo Strauss "americano" è quello più celebre ed influente: esule negli Stati Uniti, prima a New York, poi a Chicago dal 1949 alla morte (1973), maestro o mentore carismatico di più generazioni di pensatori "neoconservative".

Al di là della ricostruzione biografica su chi sia stato davvero sui banchi dell'Università di Chicago a seguire le lezioni di Strauss [3] o su chi invece si richiami alla sua eredità filosofico-politica, l'affermarsi in America di una tradizione "straussiana" è un fenomeno peculiare di storia delle idee. Non vi è, infatti, né identità né precisa continuità fra il pensiero di Strauss e le dottrine dei "neoconservatives", anche se molti di questi proclamano un canone ideologico di cui vantano la derivazione straussiana; tra gli elementi costitutivi di questo canone, vi sono il valore della responsabilità individuale, i diritti dell'individuo, la qualità elitaria dell'istruzione, il rigetto del comunismo e delle esperienze collettiviste in generale, la critica del relativismo in campo etico e culturale. Questi elementi compongono, con altri, l'impalcatura concettuale di un pensiero politico conservatore, anche se non "neoconservative" in senso stretto, ma non sono specifici o esclusivi della filosofia di Strauss.

Nella teoria della politica estera, per esempio, la distanza tra Strauss e le dottrine dei "neoconservatives" è marcata, contrariamente a un diffuso preconcetto.

Strauss si richiama alla filosofia politica classica (Platone) e al pensiero dei Padri fondatori dell'indipendenza americana. E' "unilateralista", per usare un termine odierno, e "realista": l'imperativo che la politica estera persegue è, infatti, la sicurezza nazionale, la difesa della comunità dalle minacce esterne, al fine di servire un fine politico interno, che è il bene comune, l'ordine giusto, la vita buona dei cittadini. Questo realismo consente di stringere alleanze, in un mondo denso di pericoli, con nazioni rette da tirannidi oppressive, ma solo per difendere la propria sicurezza, e non per perseguire l'egemonia nel mondo; né è compito di una nazione forte come l'America risolvere problemi di altre nazioni.

Nei "neoconservatives" alla Kristol e Kagan, invece, l'obiettivo dell'America è un "imperialismo benevolo", giustificato da due motivi: la sicurezza contro il nemico esterno e l'obbligo morale di esportare la democrazia nel resto del mondo[4]. Essi sono "realisti" nel senso di elevare la forza e la sicurezza dell'America a primo e massimo fine della politica estera, opponendosi all'idealismo internazionalista dei democratici degli anni '70, ma al tempo stesso sono animati da una fede escatologica nella missione civilizzatrice e imperiale dell'America nel mondo. L'America è per loro levatrice di democrazia, stabilità e pace.

In verità, la genealogia intellettuale dei "neoconservatives" è variegata: i loro maestri principali, accanto a Leo Strauss, sono Irving Kristol, Alan Bloom - il celebrato autore di "The Closing of the American Mind" - , Albert Wohlstetter. Un teorico e polemista politico, un ideologo assertore dei valori gerarchico-tradizionali dell'istruzione d'élite in antitesi alla controcultura degli anni '60, uno scienziato cultore di strategia nucleare e oppositore negli anni '70 della parità atomica tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

E' dal sincretismo di filoni di pensiero tra loro piuttosto eterogenei che è scaturito quel movimento intellettuale - definitosi "neoconservative"- che si è trasformato in una forza influente nel partito repubblicano e nelle Amministrazioni Reagan e Bush jr.

Ecco un parzialissimo inventario dei suoi esponenti[5]. Nel giornalismo politico, Charles Krauthammer, William Kristol (figlio di Irving), John Podhoretz (figlio di Norman), Francis Fukuyama; i giornali e le riviste su cui essi scrivono sono il Weekly Standard, Commentary, la National Review, la New Republic, il Wall Street Journal.

Nell'accademia e nelle fondazioni culturali (Hudson Institute, American Enterprise Institute, Heritage Foundation), Robert Kagan, Daniel Pipes.

Nelle amministrazioni Reagan e Bush sr. e jr., Paul Wolfowitz (dimessosi nell’estate 2005 per assumere l'incarico di Presidente della Banca Mondiale), Douglas Feith (anch'egli dimessosi) e Richard Perle al Pentagono; Kenneth Adelman e Elliot Abrams al “National Security Council” (Abrams ne è Direttore per il Medio Oriente); Abram Shultsky e Gary Schmitt nell'”intelligence community”; Leon Kass, attuale Presidente del “Council on Bioethics”. Si noti, in contrasto con l'immagine prevalente, che erano più numerosi i "neoconservatives" nelle Amministrazioni Reagan e Bush sr., ma con influenza e notorietà più limitate, che non nell'Amministrazione Bush jr.

II. "Neoconservatives" ed ebrei

Nella prima generazione dei "neoconservatives" degli anni '70 e '80, soprattutto nei suoi esponenti più rappresentativi - Irving Kristol e Norman Podhoretz -, il legame con l'appartenenza ebraica è diretto e pregnante. Essi sono fieri assertori della loro identità ebraico-americana, accaniti oppositori dell'antisemitismo.

Nella seconda generazione il legame si fa più labile e indiretto. Pur essendo molti di questi di origine ebraica, sia nell'intelligentsjia che nell'establishment politico-governativo, essi sono per lo più assimilati o silenti circa la loro ebraicità. Non sono, in quanto ebrei, attivamente, personalmente impegnati nel difendere cause, istanze, idealità ebraiche.

Peraltro un preconcetto diffuso anche in Europa è che la guerra all'Iraq abbia servito gli interessi di Israele e dell'ebraismo americano e mondiale e che, quasi in una variante moderna dei Protocolli dei Savi di Sion, sia il potere degli ebrei a guidare la politica estera degli Stati Uniti e quindi, in virtù della supremazia planetaria della "superpotenza" unica, le sorti stesse del mondo. Certamente, l'influenza ebraica sul Congresso americano è importante, in particolare attraverso il sostegno a Israele dell'American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) e di altri organismi dell'ebraismo americano. Nel caso dell'invasione dell'Iraq furono ben altri interessi organizzati a spingere potentemente per un voto quasi unanime del Congresso in appoggio all'Amministrazione: l'industria militare, le compagnie petrolifere, le correnti cristiano-fondamentaliste.

Inoltre, è assai elevato il numero di ebrei tra gli esponenti "liberal" del Congresso e nella sinistra intellettuale, tra gli oppositori più battaglieri della guerra all'Iraq[6].

Le questioni davvero rilevanti sono tre. Il peso dei "neoconservatives" ebrei riflette o precorre uno spostamento a destra dell'ebraismo americano, che si discosterebbe dalle tradizionali inclinazioni progressiste? Come convivono questi ebrei con i cristiani fondamentalisti così influenti nel partito repubblicano, filoisraeliani ma con un fondo antiebraico? Infine, qual è la forza dell'alleanza politico-ideologica tra i "neoconservatives" e la destra nazionalista in Israele?

Circa la prima questione, i "neoconservatives" sono una minoranza intellettuale influente nell'opinione pubblica degli Stati Uniti, ma con un seguito limitato tra gli ebrei americani. Nelle elezioni presidenziali del 2004 vi è stato, in effetti, uno spostamento a destra, ma circoscritto, nel voto ebraico: secondo i sondaggi post-elettorali, Bush avrebbe ottenuto il 24 per cento del consenso degli elettori ebrei, contro il 19 per cento nel 2000. Kennedy e Johnson negli anni '60 conseguirono tra l'80 e il 90 per cento del voto ebraico. Così Clinton negli anni '90. Solo Reagan nel 1980 ottenne il 38% delle preferenze degli elettori ebrei, ma quattro anni dopo tale consenso si ridusse al 30 per cento. Bush jr. confidava di poter conseguire nella sua rielezione il 30 per cento del voto ebraico, anche in virtù di una crescente presenza ebraica organizzata nel partito repubblicano. Agiva in suo favore il sostegno offerto dall'Amministrazione al governo di Sharon in Israele, in una comunanza di interessi esaltata dagli attentati del settembre 2001 e dalla comune "guerra al terrorismo". America e Israele, unite dal connubio di antiamericanismo e antisionismo-antisemitismo, dalla identificazione, retorica forse ma efficace, tra l'America aggredita da Al Qaeda e l'Israele assediato dai palestinesi. Eppure, gli ebrei americani sono rimasti legati idealmente ai valori propri dell'opinione "liberal" e democratica - separazione tra stato e chiese, pluralismo religioso, tutela delle minoranze, rifiuto della discriminazione razziale o religiosa, internazionalismo e pace. Questi valori hanno prevalso sugli elementi favorevoli al voto per i repubblicani.

E' possibile, però, che negli anni a venire si manifesti in modo più marcato uno spostamento a destra, soprattutto a causa dei mutamenti socio-economici nella comunità degli ebrei americani, che si va integrando sempre più negli strati medio-alti della società ed è per questa via spinta a conformarsi a valori e interessi di classe conservatori: lo lasciano presagire le preferenze di voto espresse dagli elettori più giovani, orientati nel 2004 verso i repubblicani assai più degli anziani. Si sono schierati inoltre massicciamente in favore di Bush, in quanto vessillifero di valori morali e del legame tra religione e politica, gli ebrei ortodossi, appena il 10 per cento circa degli elettori ebrei, ma in crescita rispetto al resto della popolazione ebraica.

Seconda questione. In alcuni "neoconservatives" l'imperativo della difesa di Israele e l'unità di intenti tra America e Israele assumono una dimensione "teologica". Nel suo sostegno a Israele, l'America si pone al servizio di un disegno divino. Questo convincimento ha cementato un'alleanza tra "neoconservatives", associazioni ebraiche di tendenza conservatrice e correnti fondamentaliste cristiane (in particolare gli "evangelicals"), che sono strumentalmente e provvisoriamente filoisraeliane, ma con un fondo di antiebraismo, ancorché ben diverso dall'antisemitismo classico, di matrice europea.

Queste correnti fondamentaliste ritengono, infatti, che l'ulteriore espansione dello Stato di Israele, nonché il ritorno di tutti gli ebrei alla Terra promessa, siano premessa necessaria per il secondo avvento di Cristo. Per questo esse sposano l'ideologia estremista del "Grande Israele", propugnano e finanziano l'espansione degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi, predicano l'annessione di quei territori, la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme e il dominio permanente di Israele sui palestinesi. Ma l'avvento comporterà tuttavia, nelle loro predizioni, la fine dello Stato di Israele, la conversione in massa degli ebrei e il loro dissolversi nel cristianesimo che trionferà dopo l'Armageddon, la guerra finale tra bene e male, tra i cristiani e l'Anticristo. Alla vittoria seguirà l'instaurazione del regno messianico sulla terra. Israele quindi, in apparenza protetta, è in realtà ridotta a strumento atto a creare le condizioni per l'avvento e la scomparsa degli ebrei stessi.

La terza questione attiene all'affinità ideologico-politica tra i "neoconservatives" e la destra nazionalista al potere in Israele. America e Israele, nella loro concezione, muovono all'unisono, sono un tutt'uno quasi indistinto, nel comune intento di opporsi all'offensiva dell'Islam, mentre l'Europa è imbelle e disposta ai compromessi più cedevoli e vergognosi.

L'alleanza precede l'ondata terroristica del 2001; già nel 1996 Richard Perle e Douglas Feith, consiglieri di Netanyahu, allora Primo ministro d'Israele, lo esortavano ad abbandonare gli accordi di Oslo e il principio di "territori in cambio di pace", a perseguire il disegno del "Grande Israele" e a cooperare per rimuovere Saddam Hussein dal potere. Nel giugno 2002 quando Bush presentò il suo piano per la ripresa delle trattative israelo-palestinesi che pose le premesse della "roadmap", non pochi esponenti di associazioni ebraico-americane non ebbero remora alcuna a sottoscrivere una petizione al Presidente contro la nascita di uno stato palestinese di concerto con la destra repubblicana e i movimenti fondamentalisti cristiani. Solo più di recente, con la decisione del Governo Sharon del ritiro unilaterale dalla striscia di Gaza, la conseguente frattura nello schieramento di destra in Israele e nello stesso Likud ? ill partito del Primo ministro -, il prevalere di un’impostazione più pragmatica ai fini della soluzione di medio termine del conflitto israelo-palestinese, questa alleanza è apparsa isolata nella sua durezza massimalistica.

III. Gli ebrei, la destra e la sinistra

Hannah Arendt individuò la condizione di “paria” come tipica degli ebrei dell'Europa occidentale dopo l'emancipazione. I "paria consapevoli" sono "quegli spiriti coraggiosi che hanno tentato di fare dell'emancipazione ciò che in effetti avrebbe dovuto essere. L'ammissione degli ebrei in quanto ebrei nei ranghi dell'umanità, piuttosto che il permesso di scimmiottare i gentili o un'occasione per assumere il ruolo del parvenu"[7]

Tra le grandi figure di ebreo-paria la Arendt ci ricorda Heinrich Heine, Bernard Lazare, Franz Kafka, Walter Benjamin. L'ebreo che insorge, ribelle, contro la propria marginalità ed oppressione e combatte per sovvertire l'ordine sociale e culturale del tempo, alleandosi con altri oppressi. Basti ricordare qui, su un piano più politico, l'enorme apporto di ebrei agli ideali e movimenti rivoluzionari del '900.

La figura dell'ebreo-paria ha dominato la cultura ebraica e più in generale dell'occidente nel '900. Oggi, vi è una rottura radicale con quel paradigma. Gli ebrei della diaspora - che è, dal punto di vista del suo insediamento geografico, quasi solo più occidentale e socialmente appartiene in prevalenza ai ceti medio-alti - e quelli di Israele appartengono in larga parte al mondo dei "vincitori". E' una condizione transitoria, forse precaria e reversibile, ma oggi indubitabile.

Nella diaspora, gli ebrei, siano osservanti o non, fedeli alla tradizione ebraica od ansiosi di assimilarsi, appartengono per lo più agli strati medio-alti della società, istruiti, inseriti nel processo della globalizzazione. Tendono a conformarsi ad interessi di classe, valori e modelli di comportamento conservatori. Si è in larga parte perduta la carica iconoclasta dell'ebreo campione della rivoluzione politica ed anche dell'eterodossia culturale.

Il caso di Israele è più complesso ed anche contraddittorio.

Esso è, infatti, Oriente ed Occidente, forte della sua supremazia militare e della protezione offerta dall'America, ma anche debole per il senso angoscioso di insicurezza fisica e psicologica che la violenza terroristica incute nel paese, impedendo la normalità del vivere quotidiano di una nazione intera. Una nazione dotata di una grande potenza bellica, ma con un sottofondo di fragilità e di solitudine: una nazione di rifugiati ed immigrati, figlia di una storia di persecuzioni ed esilio, il cui diritto all'esistenza è stato per anni rigettato dal mondo arabo, la cui esistenza come Stato pienamente accettato e pacificamente integrato in Medio Oriente è ancora in forse.

Gli interrogativi che questa condizione di "vincitori" - ripeto precaria, ma oggi prevalente - suggerisce sono due.

Il primo concerne la capacità degli ebrei di elaborare questa condizione e di assumere la responsabilità della forza. E' questo un elemento costitutivo del pensiero "straussiano", il convincimento, cioè, che la difesa di una comunità, di una nazione non può poggiare soltanto su leggi e trattati internazionali, ma può esigere, in un mondo malvagio, il ricorso alla forza. Questo riguarda soprattutto Israele, dove l'esistenza storica concreta degli ebrei ha assunto la forma di Stato-nazione sotto un governo"ebraico", un governo, cioè, che persegue gli interessi di uno stato retto da una maggioranza di ebrei, con cui, peraltro, coesistono una vasta minoranza araba e strati recenti di immigrati non ebrei da più paesi del mondo. Ma anche, nella diaspora, le nazioni, quali gli Stati Uniti, la Francia, la Russia, la Gran Bretagna, dove le comunità ebraiche contano nella società e nel processo politico.

Il secondo interrogativo riguarda il come risolvere l'antinomia tra la condizione oggettiva dalla parte dei "vincitori" e l'esperienza soggettiva ed autorappresentazione degli ebrei in quanto vinti e vittime, tra un impulso a stare a "destra" ed un retaggio etico-ideale-emotivo di "sinistra" - se queste categorie semplificatrici sono lecite.

La mia risposta è la seguente.

Gli ebrei debbono usare la forza, tutta la forza di cui dispongono, politica (ed anche militare), culturale, educativa contro gli antisemiti, contro coloro che negano il loro diritto ad esistere, come individui, comunità, popolo. All'antisemitismo essi si devono opporre in quanto ebrei, e non come indistinti "cittadini del mondo", consci di tutto il carico identitario racchiuso in questa appartenenza, seguendo in questo l'insegnamento della Arendt. Dopo la Shoah e con il diritto di Israele ad esistere tuttora in forse, un'enfasi sulla difesa particolaristica dei propri interessi, del "What is good for the Jews", mi sembra più che giustificata.

Ma nel fare ciò è vano ed autodistruttivo per il futuro degli ebrei ricercare la protezione di alleati impropri, opportunistici e provvisori, che è quanto i "neoconservatives" americani ed alcuni imitatori nostrani - ebrei e non ebrei - propongono, con furbeschi allettamenti: una "santa alleanza" tra ebrei di destra, destra politica e cattolici (o cristiani) integralisti, in nome della difesa acritica delle azioni di Israele e della comune ostilità all'Islam.

Ritengo che sia più efficace per difendere gli ebrei ed il loro futuro richiamarsi ai valori universalistici, - dell'universalismo ebraico -, della dignità dello straniero, della tutela dei diritti dei più deboli. In un saggio sulla memoria della Shoah[8] osservavo che tra gli insegnamenti da trarne vi è la coscienza dell'interesse oggettivo degli ebrei nel lottare contro forme di discriminazione, quand'anche non colpiscano direttamente od immediatamente gli ebrei, e nel vivere in società multiculturali, in cui le differenti identità siano rispettate, legittimate a convivere, viste come un beneficio per tutti. La storia del popolo ebraico ne è una riprova concreta, giacché più volte forme di razzismo, di esclusione sociale o di discriminazione religiosa si sono poi riflesse in odio antiebraico.

 

  1. "Leo Strauss: the European" e "The closing of the Straussian mind", New York Review of Books (ottobre-novembre 2004).
  2. Il termine è di Enzo Traverso, in Gli ebrei e la Germania. Auschwitz e la simbiosi ebraico-tedesca, Il Mulino, 1994.
  3. Il Gruppo, cui è affidato il compito di facilitare e verificare l’attuazione degli accordi, comprenderà Stati Uniti, Russia, UE, ONU e altri partners accettati dalle parti (art.3).
  4. Per la biografia di "Straussiani" celebri, cfr. Anne Norton, Leo Strauss and the Politics of the American Empire, Yale University Press, 2004.
  5. William Kristol e Robert Kagan (eds.), Present Dangers: Crisis and Opportunity in American Foreign and Defense Policy, Encounter Books, 2000.
  6. Per un elenco più completo, cfr. K. Deutsch e J. Murley, Leo Strauss, the Straussians, and the American regime, Rowman and Littlefield, 1999.
  7. Il 21 marzo 2003 un appello dal titolo "Perché gli ebrei dovrebbero opporsi alla guerra in Iraq", reso pubblico sul New York Times, raccoglieva 456 firmatari, di cui 125 rabbini.
  8. Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Comunità, 1989.
  9. Giorgio Gomel, La trasmissione della memoria: perché non accada mai più, Rassegna mensile di Israel, n. 3, 2001.