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"ISRAELE-PALESTINA, 60 anni di conflitto: quali i termini del negoziato e tra chi?"

Interviene:
Menachem Klein

Il Pitigliani, Via Arco dei Tolomei 1

14 maggio 2008,
ore 21


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Sharon, le elezioni, e il dopo

di Giorgio Gomel, Confronti, febbraio 2006

Si dibatte con passione in questi giorni in Israele del retaggio politico di Ariel Sharon. È sorta una oleografia mitizzata dell'uomo, del soldato-agricoltore, l'ultimo dei padri della patria, e della sua improvvisa, ma decisiva metamorfosi in statista e quasi uomo di pace. Si ripetono per Sharon gli encomi rivolti a Rabin artefice degli accordi di Oslo del 1993; si suggeriscono audaci similitudini con il Ben Gurion degli inizi dello Stato e della guerra di indipendenza del 1948-49. Eppure il retaggio fattuale, non retorico, di Sharon, non è certamente positivo. Basti ricordare l'espansione degli insediamenti ebraici nei territori palestinesi; la loro topografia così strettamente avviluppata con quella dei villaggi palestinesi, concepita per impedire la nascita di uno stato di Palestina pienamente sovrano, integro, contiguo territorialmente, e non limitato a un insieme di cantoni isolati e circondati dalle colonie e dell'esercito di Israele; la stessa forza politico-militare acquisita da movimenti come Hamas e Hezbollah con il favore delle guerre condotte da Sharon contro l'Autorità nazionale palestinese dal 2001 e contro l'OLP in Libano venti anni prima; l'opposizione agli accordi di Oslo del 1993; la complicità con la campagna di odio orchestrata contro Rabin dalla destra radicale nel 1994-95. Dalla sua elezione a Primo Ministro cinque anni fa dopo il fallimento dei negoziati di Camp David e Taba, Sharon, fermo nel rifiuto di negoziare con i palestinesi, di riconoscere in loro un partner interessato al compromesso, ha mirato, attraverso la chiusura dei territori, gli arresti di massa, gli omicidi mirati, l'uso massiccio della forza militare, a demolire le strutture della ANP e a delegittimarne i dirigenti - Arafat prima, Mahmoud Abbas, poi. Anche quando Abbas si è dissociato dalle connivenze di Arafat con il terrorismo, condannandolo nettamente.

Come ha osservato lo storico israeliano Tom Segev, “...Sharon non ha mai trattato i palestinesi come partner né fatto alcun distinguo tra armati e civili. Non vedo elementi positivi nella sua carriera finché non ha lasciato Gaza. Lo ha fatto con la brutalità politica di un generale, ma ha spezzato un tabù”.¹

Già Gaza. Complessi i motivi della decisione di evacuare i coloni e ritirare l'esercito. Difficile poi interpretare i propositi di Sharon, dopo il ritiro da Gaza. Ma al di là delle intenzioni, contano i risultati, sul terreno. Quell'atto continua a ripercuotersi nelle sue importanti ramificazioni politiche sull'oggi. La rottura dell'unità della destra in Israele, succube per anni della forza di pressione del movimento dei coloni; la scissione di Sharon con il Likud, il partito di cui era stato ispiratore e ideologo; la vittoria di Peretz nelle primarie del partito laburista e la successiva uscita di questo dal governo di unità nazionale fino a precipitare le elezioni anticipate. Dopo anni di immobilismo, la topografia politica del paese, scossa da quell'evento, è mutata profondamente.

Il ritiro da Gaza non è stato una sconfitta di Israele, ma un ritorno alla ragione pragmatica, l'abbandono di una mitologia imbevuta della retorica nazional-religiosa del “Grande Israele”. In fondo, si è preso atto che il costo materiale e morale del mantenere i territori palestinesi era ormai insostenibile per il paese; che gli insediamenti ebraici erano stati un immane errore, di cui i governi di Israele nel loro insieme, in una lunga sequela di atti succedutisi per 30 anni, erano correi.

Il ritiro da Gaza ha costituito un precedente importante; può essere il preludio a futuri, necessari ritiri da parti cospicue della Cisgiordania. Così almeno lo percepisce l'opinione pubblica di Israele, al di là degli intendimenti di Sharon. L'ambiguità è profonda nei programmi del nuovo partito Kadima che ne raccoglierà l'eredità; così eterogeneo che convivono al suo interno esponenti del Likud, come il Ministro della Difesa Mofaz o l'ex Ministro della Giustizia Hanegbi - oppositore tra i più massimalisti del ritiro da Gaza -, e fautori del compromesso, come gli ex-laburisti Peres e Ramon.

La forza elettorale di Kadima, senza Sharon, è difficile da prevedere, quantunque i sondaggi d'opinione suggeriscano una solidità nelle preferenze degli elettori; anzi in questi giorni di ansia circa la sua sorte, forse per una carica di empatia, un anelito di identificazione con la sua malattia, gli israeliani sembrano essersi spostati ancor più verso Kadima, che godrebbe di oltre un terzo dei suffragi nella Knesset. Laburisti e Likud sarebbero invece ributtati pesantemente indietro, intorno a 13-18 seggi ciascuno, meno del 15% del voto popolare.

Questo consenso così diffuso avvalora la sensazione di molti che prevalga oggi in Israele un “centro” composito e pragmatico, un'opinione moderata stanca di guerra e di ideologia, scettica circa il potere seduttivo, un tempo trascinante, delle due grandi idee contrapposte che hanno dominato il dibattito politico in Israele dalla fine degli anni '70: “Pace in cambio di terra”, sposata dalla sinistra e compiutasi con gli accordi di Oslo; “Grande Israele”, predicata dall'estremismo nazionalreligioso e realizzata sul campo dai coloni insediatisi nei territori palestinesi.

Io stesso ho percepito questa sensazione in colloqui con israeliani, vecchi e giovani, per le strade di Israele, così come in incontri di carattere più politico durante un seminario organizzato dal Meretz-Yachad - il partito ispiratore delle intese di Ginevra - in questi primi giorni del 2006.

Questo “centro” pragmatico vuole tre cose: la “separazione” dai palestinesi - in forma unilaterale o negoziata, poco importa; “due stati per due popoli” con un confine netto che li separi; un Israele sicuro, più prospero e più coeso internamente.

Dall'ambiguità di questo vago sentire a programmi precisi il passo è lungo; ma vi è l'opportunità che nelle elezioni di marzo si affermi nella Knesset una maggioranza moderata e incline al compromesso, coerente con gli umori maggioritari dell'opinione pubblica: circa 2/3 degli israeliani è in favore di uno stato palestinese² e di un ritiro da parti consistenti della Cisgiordania, negoziato con i palestinesi; circa la metà caldeggia una soluzione per Gerusalemme, capitale dei due stati.

Molto dipenderà dall'esito delle elezioni in Palestina e dall'affermarsi o meno di un minimo di ordine civile in quei luoghi. Ma dipenderà anche dalla forza relativa da un lato dei laburisti, sorretti magari dal Meretz-Yachad e dal Shinui o dallo Shas, il partito religioso più moderato, e dall'altro del Likud; ne potrà scaturire, infatti, una coalizione di centro-sinistra nel primo caso, di centro-destra nel secondo, con esiti molto diversi per i rapporti con i palestinesi e il processo di pace.

Per il futuro della democrazia in Israele, una genuina competizione fra i tre maggiori partiti è comunque benefica e in grado di offrire agli elettori una scelta netta. Kadima, interpretando l'eredità di Sharon, propone di annettere parte (10% o più?) della Cisgiordania nelle zone più vicine ai confini di prima del 1967 e dove si addensano i coloni israeliani; di stabilire unilateralmente la frontiera tra Israele e Palestina, così come a Gaza; di evacuare le colonie ad est della “barriera” di separazione (“rimpatriando” i circa 60.000 coloni che ivi risiedono). Il fine, dettato dalla dottrina “demografica” prevalente in Israele, è assicurare uno stato ebraico il più esteso possibile, ma con il minor numero di residenti non ebrei. Il Likud insiste nella sua volontà di mantenere l'occupazione a difesa degli oltre 250.000 coloni e di annettere di fatto la Cisgiordania; Gaza resterà un'enclave diseredata, priva di qualsiasi legame fisico e politico con essa. Il partito laburista vuole orientare la campagna ai temi socio-economici interni (la povertà, l'aumento delle disuguaglianze); propone agli elettori di riprendere le trattative con l'ANP interrotte a Taba nel 2001 per giungere a un accordo permanente di pace, che riconosca uno stato di Palestina pienamente sovrano, e definisca con esso confini, status di Gerusalemme, dei profughi, degli insediamenti.

Giorgio Gomel
19 gennaio 2006

 

¹Intervista a cura di U. Tramballi, Il Sole-24 Ore, 10 gennaio 2006.
²Sondaggi tra i palestinesi denotano sentimenti non troppo dissimili. 2/3 appoggiano un accordo permanente di pace; 55% un compromesso sulla base dei confini del 1967, con scambi paritari di territorio; 80% l'estensione della tregua unilaterale osservata da Hamas sino alla fine del 2005 (Truman Institute for the Advancement of Peace, Jerusalem and Palestinian Centre for Policy and Survey Research, Ramallah).