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PIO XII: una figura controversa

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Il Pitigliani, Via Arco dei Tolomei 1

17 gennaio 2012
ore 20,30


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Errori ed orrori a Gaza

di Giorgio Gomel, Confronti dicembre 2006

È frustrante ripetere le stesse lamentazioni, rinnovare il senso di smarrimento rispetto al perpetuarsi del conflitto fra Israele e i palestinesi che attanaglia i due popoli come in un immutabile copione in un teatro invecchiato. Oltre due anni fa in un editoriale su Confronti dopo l’uccisione di soldati israeliani e la successiva morte di palestinesi – alcuni uomini armati, altri civili innocenti – a Rafah, nel sud della striscia di Gaza, scrivevo: “Il conflitto fra i due popoli si va incrudendo sempre di più in un’orgia di brutalità. Si va trasformando in una guerra di annientamento reciproco. Il terrorismo ha scelto le stragi di civili israeliani come metodo di azione politica volto al fine della distruzione di Israele. I vertici politico-militari di Israele sono guidati sempre più spesso dall’anelito alla vendetta, alle punizioni collettive. Non si distingue fra i mandanti del terrore e i palestinesi come popolo: questo è trattato come un nemico irriducibile, disumano, che non merita fiducia, che non può essere interlocutore di un negoziato, che deve essere domato con la forza delle armi.”
Oggi, è nel nord della striscia di Gaza che si ripete un orrore simile, semmai più brutale e sconvolgente. A Beit Hanun, uno dei luoghi da dove i militanti della Jihad islamica o di Hamas colpiscono le città israeliane di Sderot e Ashkelon con il loro inutile stillicidio di razzi Qassam, dopo giorni di offensiva l’esercito israeliano, per errore, imperizia o scellerato spregio di un’umanità dolente, colpisce un grappolo di case: famiglie annientate, bambini uccisi o segnati per la vita, invalidi, costretti a una esistenza di sofferenze.
Nella guerra insensata scoppiata con l’inizio della seconda intifada sei anni fa, si contano oltre 4000 morti fra i palestinesi (la metà a Gaza), oltre 1000 fra gli israeliani. È manifesto come sia vano per Israele affidarsi alla mera repressione militare del terrorismo senza offrire un negoziato che consenta ai palestinesi di intravvedere i benefici tangibili del ripudio della violenza e dell’accettare una coesistenza pacifica con Israele.
Dall’altra parte, l’illusione di piegare Israele con la violenza imitando i recenti successi di Hezbollah in Libano dovrebbe essere evidente. Quando si osservi la lunga storia del conflitto fra arabi ed ebrei, è solo allorché la violenza cessa e si prefigura una possibilità di pace che l’umore del popolo di Israele si dispone al compromesso e i moderati vincono politicamente sugli oltranzisti. Ed è grave che l’Autorità palestinese e il governo di Hamas siano stati incapaci di impedire alle fazioni più estremiste di persistere nelle azioni di guerriglia contro Israele. Il ritiro da Gaza dell’agosto 2005 fu evento di grande importanza; pur con i suoi limiti, poteva essere il preludio a futuri, necessari ritiri da parti cospicue della Cisgiordania. Gaza era un embrione di stato palestinese, sebbene necessitasse per diventarlo degnamente, di un legame fisico e politico con la Cisgiordania, di luoghi di transito aperti, di un confine davvero sovrano con l’Egitto. Ma poteva costituire, nel frattempo, un avvio di progresso civile ed economico, di institution-building, per quella terra diseredata.
Così non è stato. I palestinesi ne portano qualche responsabilità che non va sottaciuta, come invece fa il Ministro degli Esteri D’Alema in un’intervista fastidiosa di qualche giorno fa (L’Unità, 10 novembre).
Il “rifiuto di Israele” resta, nell’assolutismo ideologico di Hamas, un elemento paralizzante. Quanto a Israele, molto poteva e dovrebbe fare, anche prima di un negoziato formale con il Presidente dell’ANP, magari con il sostegno indiretto di Hamas, o con un nuovo governo di “unità nazionale” qualora si formasse. Porre fine agli “omicidi mirati”, che spesso uccidono persone innocenti; liberare prigionieri palestinesi; alleviare le condizioni materiali della popolazione sotto occupazione. È interesse oggettivo di Israele, infatti, cercare di volgere le ambiguità, insite nell’azione di Hamas e nel sostegno dei palestinesi a tale movimento, verso posizioni islamo-nazionaliste, ma non jihadiste; verso un impegno ad osservare nel lungo termine una tregua di fatto con Israele.