appuntamenti"ISRAELE-PALESTINA, 60 anni di conflitto: quali i termini del negoziato e tra chi?"
Interviene: Menachem Klein Il Pitigliani, Via Arco dei Tolomei 1 14 maggio 2008, ore 21 ...continua archivio |
Quel D'Alema un po' surrealeÈ la prima volta che un ministro della Repubblica fa richiesta di correo agli ebrei italiani. La loro colpa? Essere fuori linea. Spiega D'Alema che il fatto che la richiesta di David Grossman al governo israeliano di non ricorrere “solo” all'uso della forza «…non trovi una eco nel mondo democratico ebraico… non può non porre preoccupanti interrogativi». È un'affermazione, quella di D'Alema, nel contempo infondata, pericolosa e non poco surreale. È infondata perché, come è a lui noto, sono decenni che larghissima parte del mondo ebraico (italiano e non) esprime posizioni di dialogo e di ricerca del compromesso con il mondo arabo. È la stessa linea politica e culturale che trova oggi in Grossman, Oz e Yehoshua, le voci più significative nella società israeliana; è la stessa linea politica e culturale delle associazioni ebraiche americane che nel 1993 mediarono per portare Rabin e Arafat a siglare la prima storica intesa di Oslo; è la stessa linea politica e culturale che da decenni perseguono i gruppi ebraici pacifisti, a decine in Italia, a centinaia nel mondo. È la stessa posizione, espressa con più “misura”, da tutte le istituzioni ebraiche italiane dagli anni '70 ad oggi. Nessuno in Italia ha mai percepito le voci di Tullia Zevi, Amos Luzzatto e Renzo Gattegna come ostili alle idee di dialogo e di pace. È ahinoi, quella di D'Alema, un'affermazione pericolosa perché richiede alle comunità ebraiche, cioè a quelle istituzioni che rappresentano delle “comunità naturali” e non politiche, di rispondere delle politiche di governi altri: non succedeva da tempi bui del nostro paese, l'Italia. Le sue parole sono anche però non poco surreali: dice il Ministro che questo (ipotetico) silenzio «non può non porre preoccupanti interrogativi», cioè, il comportamento degli ebrei è preoccupante. Infatti, in un secondo passaggio dell'intervista, insiste affermando che la cosa che lo colpisce sia il fatto che i settori «più ragionevoli» della società israeliana non trovino adeguato sostegno da parte del mondo ebraico «più democratico». È davvero surreale che chi faccia richieste di correo stia anche a compilare classifiche su chi sia «più ragionevole» o «più democratico»… Ancora di più quando nella stessa intervista, e nella sua azione “diplomatica”, il Ministro non considera mai il “tasso” democratico di Hamas, Hizbullah e dei vari regimi oscurantisti dell'area mediorientale. Gli interrogativi preoccupanti invece se li pongono molti ebrei italiani vedendo che solo il nostro ministro sembra non aver colto l'angosciante minaccia che incombe su Israele: nel campo palestinese prevalgono i fanatici di Hamas, in Libano Hizbullah si riarma nonostante la missione UNIFIL, l'Iran cerca di costruire la bomba atomica e minaccia ogni giorno di voler distruggere Israele. Nel contempo la diplomazia internazionale, in particolare quella europea, mette sullo stesso piano fanatici integralisti che professano idee e pratiche di genocidio ed uno Stato democratico che, nel bene e nel male, cerca una soluzione negoziata. Sappiamo bene che il Ministro non mette sullo stesso piano Israele e Hamas, ma potrebbe esprimere, almeno quando si rivolge all'opinione pubblica italiana, la stessa duttilità che usa nel giudicare Hamas, Hizbullah o l'Iran anche nel valutare le angosce di Israele? Si, perché le parole di Grossman sono anche questo: la disperazione di una società democratica dilaniata fra il bisogno di difesa e la speranza della pace. Nelle sue interviste il Ministro sembra non considerare mai le responsabilità dei gruppi fanatici. Anzi esprime per loro uno sforzo di comprensione. Sostiene che il punto principale sia «agire spingendo Israele» ad abbandonare l'uso della forza, ma questa richiesta non viene fatta agli interlocutori di Israele. Non possiamo che essere tutti d'accordo su una tesi che ha sempre sostenuto la sinistra israeliana (e alla fine addirittura Sharon): la soluzione è politica, la forza da sola non basta, occorre un compromesso. Ma questa affermazione ha bisogno di un presupposto fondamentale: che anche i nemici di Israele rinuncino alla forza (e al terrorismo) per accettare un compromesso politico, per accettare l'esistenza di Israele. Hamas, Hizbullah, Ahmadinejad non sembrano condividere questo punto di partenza, e allora, con chi deve trattare Israele? Ma quello che oggi preoccupa buona parte degli ebrei italiani, non è la consueta attitudine di porre sul banco degli imputati lo Stato di Israele, ma il fatto di aver aggiunto sullo stesso banco anche le comunità ebraiche nostrane. Le reazioni non sono mancate e non mancheranno, e occorrerà discuterne liberamente e laicamente. L'Unità ha oggi [ieri per chi legge] ospitato un importante intervento di Furio Colombo che avrebbe potuto permettere di aprire una libera discussione “a sinistra”. Peccato che però all'interno del quotidiano ci fosse una pagina intera con un'intervista all'israeliana Shulamit Aloni che, ignara e digiuna di cose italiane, non ha potuto non dare ragione a delle domande poste in modo tale che anche io, se vivessi altrove, non avrei non potuto rispondere dando ragione a D'Alema. Anche questo è un fatto che pone preoccupanti interrogativi.
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