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"ISRAELE-PALESTINA, 60 anni di conflitto: quali i termini del negoziato e tra chi?"

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Il Pitigliani, Via Arco dei Tolomei 1

14 maggio 2008,
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Così finisce il mito dei «resistenti»

di Victor Magiar, Corriere della Sera, 2 settembre 2006

Le parole sono una cosa importante.
Lo insegna bene il Talmud e più recentemente lo ricordava il regista Nanni Moretti nel suo Palombella rossa.
Per i politici, per i leader, le parole sono il primo strumento di lavoro, per comunicare, cercare consenso, manovrare politica.

È per questo che Bush ha preso in prestito dal liberal Paul Berman l’espressione fascismo islamista : non certo per conquistare una laurea in filosofia, ma per inaugurare un nuovo corso dell’amministrazione USA.
È un fatto che Bush abbia, finalmente, abbandonato la fallimentare e non poco reazionaria teoria dell’ineluttabile scontro di civiltà per trovare una formula capace di costruire dialogo e alleanze con l’elettorato democratico americano, le opinioni pubbliche del vecchio continente, e le forze progressive e liberali nel mondo musulmano.
In nome dell’antifascismo gli USA possono ricostruire un’alleanza mondiale contro un nemico che da soli non potrebbero sconfiggere.

Qualcuno ha già obiettato che “son solo parole”… ma la condotta della Rice nell’ultima crisi mediorientale dimostra ampiamente il contrario.
Qualcun altro invece considera l’espressione sbagliata, impropria… o più professoralmente “non utile”.
Certo, sarebbe meglio parlare di totalitarismo islamista… ma il totalitarismo identitario è fascismo, anche se questa volta l’identità non è nazionale ma religiosa.
Prima di Berman e Bush, gli algerini che hanno dovuto resistere alla furia integralista, avevano già pensato a definire fascisti i fanatici del FIS.

Ma perché questa definizione fa tanto discutere?

Perché, come ha ben intuito Bush, la categoria del fascismo rompe l’equivoco immaginario per cui ogni uomo in armi del sud del mondo sia un combattente della libertà.
È un equivoco grave e penoso, che ha permesso di confondere i combattenti vietcong (che mai dirottarono un aereo o colpirono obiettivi civili in giro per il mondo) con gli assassini razzisti.

Così, a casa nostra, i miliziani di Hizbollah (xenofobi, razzisti, integralisti, sessisti… terroristi) vengono da certa sinistra definiti resistenti… per il semplice fatto che resistono ad un esercito.
Bene ha risposto il partigiano Rosario Bentivegna (il Corriere 29 agosto) che, se così fosse, sarebbero “resistenti anche i nazisti che combatterono contro gli invasori fino all’ultimo bunker, o gli italici repubblichini…”.

Le parole contano.
Le agitiamo per spiegare le nostre ragioni o per evocare ragioni, valori, emozioni, che ci spiegano i fatti della vita e ci permettono di scegliere, fra il bene e il male, fra il peggio e il meno peggio.

È tutto così vero che anche il nostro Ministro degli Esteri è ricorso a diversi espedienti retorici per dare ragione a sé stesso e alle sue scelte: “Hamas e Hizbollah… oltre alle note responsabilità terroristiche, hanno anche snodi politici, si occupano di assistenza. L’IRA e l’ETA da gruppi terroristici sono diventati movimenti politici”.

Quasi vero, peccato che mai nessun ministro (o parlamentare) italiano abbia mai incontrato IRA e ETA.
Quasi vero, peccato che IRA e ETA avanzavano precise rivendicazioni territoriali: non volevano cancellare Gran Bretagna e Spagna.
Quasi vero, peccato che occuparsi di assistenza non qualifichi di per sé un gruppo o una politica: assistenza la possono dare tanto innocenti congregazioni religiose che terribili regimi, totalitari o populisti che siano.

Ciò che alberga a sinistra sembra un ossessivo riflesso condizionato: uno sforzo costante, quasi inconsapevole, di trovare comunque “spiegazioni” per i poveri resistenti e, comunque, dei distinguo dagli USA (o magari da Israele).

Infatti D’Alema insiste: “l’idea di una crociata contro il fondamentalismo è sbagliata”.
Crociata? Ecco un nuovo espediente, un nuovo rimando ad una categoria utile sia a marcare una distanza (da Washington) che a creare un nuovo confronto, un nuovo paradigma: noi (i ragionevoli), loro (i fondamentalisti), gli altri (i crociati).
Ma, attenzione alle parole!
Crociati non è proprio il termine usato da Bin Laden & Co. per etichettare USA e Israele?
E poi: ci sono nel mondo, a Roma, moschee protette militarmente da attacchi dei crociati? No, ci sono invece chiese e sinagoghe protette da attacchi di fanatici (fascisti?) fondamentalisti.

Le parole sono una cosa importante:
per le visioni che evocano… e per la cultura che sottintendono.