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17 gennaio 2012 ore 20,30
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Israele e Diaspora: due famiglie separate del popolo ebraico?
di Giorgio Gomel Keshet gennaio-febbraio 2006
- La storia del popolo ebraico è stata segnata dall’utopia di fondare una civiltà senza stato: un popolo disperso fra gli altri, in una successione di persecuzioni, esili, ma anche di feconde interazioni culturali. Ma dopo l’orrore del nazismo esso ha dovuto assimilare gli strumenti del potere statuale, la politica, la forza delle armi. Ha esercitato il suo “diritto al ritorno” nella terra di Israele molto tardi, dopo grandi esitazioni e laceranti fratture al suo interno fra sionisti, non sionisti e antisionisti, e si è risolto ad edificare uno stato sovrano solo nel pieno della catastrofe immane del genocidio.
Osserva acutamente Amos Oz: "Sarei lieto di vivere in un mondo nel quale coesistono civiltà che si sviluppano ognuna con il suo ritmo interiore, fecondandosi a vicenda – ma nessuno stato nazionale: né emblema, né passaporto, né inno nazionale. Ma il popolo ebraico ha già inscenato questo spettacolo, da solo e a lungo.. Ma nessuno si è azzardato a imitare questo modello, che gli ebrei sono stati costretti a tener in vita per duemila anni – un modello di nazione senza gli strumenti del potere. Questo dramma è terminato con lo sterminio degli ebrei d’Europa da parte di Hitler. E così sono costretto a giocare anch’io il gioco degli Stati con tutti gli attributi connessi ..e anche giocare alla guerra, se questa è assolutamente necessaria alla mia sopravvivenza” (1).
Si è così realizzato almeno in parte l’obiettivo storico del sionismo sorto appena un secolo fa come movimento di emancipazione nazionale degli ebrei: un luogo, nella terra di Israele, o piuttosto su una frazione di essa, secondo l’idea della spartizione di Eretz Israel o della Palestina, (ovvero, nel moderno lessico della politica e delle risoluzioni delle Nazioni Unite, di “due popoli, due stati”), dove gli ebrei fossero maggioranza, potessero vivere in pace e sicurezza, fossero un popolo “normale”. Tale aspirazione si è attuata solo in parte, in quanto la normalità della pace, della sicurezza, dell’integrazione nella regione è ancora lontana.
Come gli eventi di ogni giorno ricordano dolorosamente, uno stato ebraico non significa di per sé sicurezza fisica per i suoi abitanti né la rimozione della condizione ebraica di precarietà e angoscia. Anzi il diritto di Israele a esistere come stato accettato nella sua integrità e sicurezza nel Medio Oriente è oggi ancora messo in forse. Lo è nei fatti, per il pericolo che incombe ogni giorno sulla vita dei suoi abitanti sotto l'azione folle dei terroristi suicidi; lo è per il senso di insicurezza psicologica che questa situazione infonde negli israeliani, l'angoscia di un Israele forte ma anche debole, occupante ma anche assediato, 5 milioni di ebrei in un immenso mare di arabi e mussulmani.
- Oggi vi è dunque, nel concreto esistere degli ebrei nel mondo, una bipolarità: Diaspora e Israele, esilio e stato-nazione. Questa dualità non è scevra da conflitti, ma offre agli ebrei una scelta possibile tra l’integrazione nelle società occidentali che si evolvono pur con fatica verso forme multiculturali e un’identità politico-nazionale.
La dualità tra Diaspora e Israele, la separazione tra le due "famiglie" del popolo ebraico, la rottura dell'unità dell'ebraismo sono destinate ad accentuarsi con il tempo, tanto più quanto più Israele diventerà uno stato-nazione "normale", con eguali diritti per i suoi cittadini e pienamente integrato in un Medio Oriente pacificato. Divergono, infatti, gli interessi oggettivi di Israele, dove gli ebrei vivono un'esistenza nazionale indipendente sotto un governo "ebraico", che persegue gli interessi nazionali di uno stato retto da una maggioranza ebraica, e della Diaspora, dove gli ebrei sono cittadini di altri stati, alle cui leggi rispondono, alla cui vita civile e politica partecipano, pur mantenendo un legame affettivo-culturale con la terra e lo stato di Israele (2).
Israele pretende talora di rappresentare gli ebrei nella loro totalità; è una posizione inaccettabile, ma è indubbio che gli atti di Israele si riverberano oggettivamente, in maniera diretta o indiretta, sugli ebrei nel mondo e che quindi esso non può prescindere da tali effetti nel modulare le sue scelte politiche.
Il mondo ebraico d'altra parte è tutt'altro che un soggetto unico e monolitico, percorso da forti diversità di identità religiosa, culturale e politica. Nel rapporto con Israele, gli ebrei sono uniti nella difesa del suo diritto irrinunciabile di esistere come popolo e come stato, in pace e sicurezza, ma divisi, spesso critici circa le scelte contingenti dei suoi governi.
Questo pluralismo di opinioni è un valore essenziale da preservare. E' importante liberarsi della falsa idea che lottare in difesa di Israele o contro l'antisemitismo esiga sempre e comunque il sostegno acritico, indifferenziato alle scelte dei suoi governi e che sia dovere per gli ebrei della Diaspora allinearsi a questo precetto, pena la scomunica, l'esclusione dalla vita comunitaria, l'accusa di tradimento.
Al contrario, gli ebrei della Diaspora, pur non essendo cittadini di Israele e votanti nel paese, hanno il diritto-dovere di esprimere il loro dissenso allorché ritengono che la politica di Israele sia sbagliata o autodistruttiva per il futuro stesso del paese.
E' un atteggiamento che dovrebbe unire rassicurazione e critica: rassicurazione al popolo e allo stato di Israele della solidarietà fattiva della Diaspora, del sostegno al diritto di Israele all'integrità e alla sicurezza; critica agli atti contingenti dei suoi governi, quando l'estremismo nazionalista, il rifiuto di un compromesso con i palestinesi, il ricorrere al solo strumento della repressione militare del terrorismo, lasciano presagire un futuro di perpetuo e sempre più imbarbarito conflitto tra i due popoli.
- Nelle società occidentali, dove gli ebrei prevalentemente oggi vivono, vi è un loro interesse oggettivo a lottare contro ogni forma di discriminazione, perché molte volte nella storia l'ostilità al diverso, il razzismo, il nazionalismo si sono tradotti in odio antiebraico, nonché a vivere in società che siano autenticamente multiculturali, in cui le differenti identità siano rispettate, legittimate a convivere, viste come un beneficio per tutti. Ma c'è poi un qualcosa di soggettivo, un dovere di noi ebrei, come portatori della memoria, di essere particolarmente sensibili a fenomeni di intolleranza e di esclusione al di fuori di noi, di essere solidali con i deboli, gli stranieri, per la nostra stessa esperienza esistenziale di profughi. Le navi cariche di curdi, albanesi, o arabi che arrivano sulle sponde dell'Europa evocano, infatti, assonanze emotive con la nostra storia: con le navi dei sopravvissuti alla Shoà che nel 1946-47 varcavano il Mediterraneo cercando di giungere in Palestina e venivano rinti o internati in campi di prigionia dagli inglesi o con le vicende degli ebrei che prima della seconda guerra mondiale cercavano disperatamente di trovare rifugio dalla furia antisemita in Svizzera, Spagna, Stati Uniti.
Su questo piano, della difesa dei deboli, delle minoranze, dei migranti, il mondo ebraico è oggi per lo più assente. Gli ebrei sono in larga parte in Occidente parte della classe media; ne riflettono valori e comportamenti; appartengono, socialmente, ai ceti "vincenti", e quindi prevale fra loro un istinto conservatore. Si è in larga parte sopita la carica iconoclasta e rivoluzionaria tipica dell'ebreo diasporico, marginale e "paria" della società, della prima metà del Novecento. In più, dopo la Shoà e con Israele in stato di perenne pericolo, è forte la spinta tra gli ebrei del mondo a chiudersi nella difesa particolaristica dei propri spazi e valori, e allontanarsi così dalla tradizione dell'universalismo ebraico.
- La mia ultima considerazione riguarda la possibilità, soprattutto in Europa, di esportare ad altre minoranze, come possibile paradigma di società multiculturale, l'esperienza ebraica della Diaspora, in quanto incontro tra identità culturali plurime. In concreto, l'essere oggi ebrei-europei o europei-ebrei (sottolineando il trattino), cioè l'incontro di molteplici identità, può essere visto come elemento positivo di ricchezza per coloro che vivono in Europa, in particolare, le minoranze etnico-religiose che si vanno insediando nelle nostre società? Oppure restano costoro, agli occhi dell'Europa "bianca", sospetti di doppia lealtà e possibili oggetti di ostilità xenofoba?
Non ho una risposta certa a questo quesito. Sarà l'Europa capace di un salto di qualità? Il recente dibattito sulle radici "cristiane" e i rigurgiti di antisemitismo non sembrano offrire segnali positivi. Ma è nostro compito impegnarci comunque in questa battaglia.
- Amos Oz, In terra di Israele, Marietti,1992, pagg. 93-94
- La discussione più approfondita di questo tema si trova in David Vital, The future of the Jews, Harvard University Press, 1990.
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