appuntamenti"ISRAELE-PALESTINA, 60 anni di conflitto: quali i termini del negoziato e tra chi?"
Interviene: Menachem Klein Il Pitigliani, Via Arco dei Tolomei 1 14 maggio 2008, ore 21 ...continua archiviocontattaci |
Israele, gli ebrei, la guerra, la paceRitengo che abbiano ragione coloro che si rivolgono in questi giorni al popolo d'Israele perché compia una scelta coraggiosa di opposizione alla strategia dell'attuale governo e di sostegno alle proposte dell'opposizione (Peace Now, il Meretz, la sinistra laburista, tante associazioni per il dialogo e la pace) che insistono sulla cessazione delle violenze, la ripresa della trattativa, una soluzione negoziata fondata sui principi di Oslo di "territori in cambio di pace". Ma il popolo israeliano può compiere una scelta siffatta solo qualora si formi nel paese un largo consenso che isoli e vinca le resistenze delle correnti più oltranziste, contrarie a ogni accordo di pace che preveda la nascita di uno stato palestinese al lato e in rapporti di buon vicinato con Israele, il ritiro da buona parte dei territori, lo sgombero degli insediamenti e il ritorno dei coloni ebrei ivi residenti. Le pressioni del resto del mondo servono a poco; anzi tendono ad aggravare il senso di isolamento e di angoscia di Israele. L'impegno della comunità internazionale - politico, economico e di sicurezza, nella forma di osservatori internazionali o di una forza di interposizione - può servire e anche molto quando la tregua si consolidi e siano stabilite le basi minime di un'intesa fra le parti in lotta, secondo le indicazioni del rapporto Mitchell, approvato dalle parti quasi un anno fa. I sondaggi d'opinione in Israele, pur fluttuanti secondo il momento e le domande poste, mostrano un popolo smarrito, sbigottito per l'orrore delle stragi terroristiche palestinesi e l'angoscia del vivere quotidiano in condizioni di pericolo fisico, e assai incerto sul che fare. Ma confermano allo stesso tempo che un numero elevato di israeliani è in favore di una ripresa della trattativa, dello sgombero di parte degli insediamenti e della creazione di uno stato palestinese. Ma c'è un punto fondamentale che voglio sottolineare. L'umore del popolo d'Israele si dispone al compromesso e a pagare il prezzo delle concessioni che la pace esige quando da parte palestinese si profila una possibilità di pace, di abbandono della violenza e di accettazione della permanenza legittima di Israele come stato ebraico nella regione. La sconfitta dell'estremismo terrorista di Hamas, della Jihad e delle Brigate dei martiri di Al-Aqsa, è quindi essenziale per vincere "cuori e menti" degli israeliani. Un'ultima osservazione, rispetto al dibattito di questi giorni sul rapporto fra Israele e gli ebrei della Diaspora. La Diaspora, in Italia, così come in comunità più cospicue e influenti, negli Stati Uniti, in Francia o in Russia, è percorsa al suo interno da un forte dibattito sulla situazione in Medio Oriente. Il mondo ebraico è tutt'altro che un soggetto unico e monolitico. Ci accomuna tutti la difesa del diritto irrinunciabile - e oggi da più parti messo in forse - di Israele di esistere come popolo e come stato, in pace e in sicurezza. Esso è luogo di rifugio dalle persecuzioni antiebraiche (lo è stato ancora di recente negli anni '80 e '90 per gli ebrei etiopi, iraniani, argentini o russi) e di esistenza indipendente degli ebrei come nazione "normale". Ma lottare in difesa di Israele non esige sempre e comunque il sostegno alle scelte contingenti dei suoi governi. Io credo, come molti altri, che allorchè riteniamo che queste scelte siano sbagliate sia nostro dovere esprimere al governo di Israele le nostre critiche e sostenere coloro che in Israele propugnano una strada diversa. Questo è quanto facciamo, con le nostre limitate risorse.
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