Il vertice di Camp David del luglio 2000:
la “tragedia degli errori”
di Aviram Levy, gennaio 2002
1. A un anno dal vertice di Camp David (per
brevità CD), tenutosi nel luglio del 2000 e il cui esito infelice sta segnando
la storia della regione, sono apparsi sulla stampa estera delle interessanti
riflessioni su quell’evento; col distacco consentito dal tempo trascorso, i
protagonisti – tra i quali i negoziatori israeliani e palestinesi – hanno
ricostruito la vicenda per mezzo di interviste, articoli o libri scritti in
prima persona. In questo articolo si vuole offrire ai lettori una rassegna di
alcuni di questi preziosi documenti che aiutano a capire meglio i motivi del
fallimento del vertice e, soprattutto, mettono in discussione alcune
interpretazioni semplificate e frettolose di quell’evento.
Tra i documenti più interessanti vi sono delle
lunghe sezioni tematiche del Jerusalem Report del 16 luglio 2001 e del
New York Times del 26 luglio 2001, in cui si analizza la vicenda con l’aiuto
di interviste a protagonisti di entrambe le parti. Inoltre, due dei principali
negoziatori che hanno partecipato al vertice – l’allora ministro degli esteri
israeliano Shlomo Ben-Ami e l’assistente speciale di Clinton per le questioni
mediorientali Robert Malley – hanno pubblicato dei resoconti della loro
esperienza (rispettivamente su Haaretz del 14 e 23 settembre 2001 e sulla
New York Review of Books del 9 agosto 2001). Infine, due libri di
testimonianze, di cui tuttavia non si darà conto in questa sede, sono stati di
recente pubblicati in Israele da Gilead Sher, membro del team di negoziatori, e
da Menachem Klein, accademico prescelto come consigliere da Ben-Ami.
Vi sono alcuni aspetti del vertice di CD che rivestono particolare importanza per
risalire alle cause dell’insuccesso e alle eventuali responsabilità:
- l’adeguatezza dei preparativi alla vigilia del vertice (in aprile 2000 si svolsero dei colloqui preparatori a Stoccolma) e la scelta dei tempi del vertice, fissato per luglio 2000;
- i progressi conseguiti sui tre capitoli principali del contenzioso: i termini del compromesso territoriale, lo status di Gerusalemme, il ritorno dei profughi palestinesi;
- le strategie seguite dai protagonisti: il potere contrattuale di Barak e Arafat e la capacità del Presidente Clinton di mediare tra le parti con efficacia;
- l’effettiva entità delle concessioni israeliane a CD;
- alla fine del vertice, la decisione di Clinton di addossare ad Arafat la responsabilità del suo fallimento;
- il ruolo del fallimento di CD e le responsabilità di Arafat nel provocare lo scoppio della seconda Intifada alla fine di settembre 2000;
- il punto cui si arrivò ai negoziati di Taba, condotti dal governo dimissionario di Barak nel gennaio 2001.
2. Il Jerusalem Report del 16 luglio 2001
raccoglie e presenta, in parallelo, le testimonianze di alcuni dei negoziatori
israeliani e palestinesi presenti a CD, oltre alle opinioni di alcuni studiosi
che hanno fornito la loro consulenza ai negoziatori. Della parte israeliana
vengono interpellati oltre a Shlomo Ben-Ami anche Gilead Sher, Menachem Klein e
l’allora ministro Meridor. Ben Ami e Sher riconoscono che la preparazione del
vertice di CD era stata inadeguata: essi sottolineano che nei colloqui svoltisi
tra le due parti a Stoccolma nel mese di aprile del 2000 con lo scopo di
spianare il terreno prima di CD non venne affrontato il capitolo di Gerusalemme,
questione che si rivelò in seguito determinante per l’insuccesso del vertice.
Barak avrebbe preso questa decisione per paura delle ripercussioni che una fuga
di notizie avrebbe avuto sulla tenuta della sua coalizione. Il giornalista del
Jerusalem Report fa notare che, peraltro, questi timori di Barak avrebbero
condizionato negativamente l’esito del vertice per un’altra ragione. Le proposte
che egli fece di volta in volta nel corso delle trattative a CD non erano mai
messe per iscritto, sia per evitare che le fughe di notizie gli facessero
perdere altri pezzi della sua fragile coalizione di governo (quando egli partì
per CD aveva già perso la maggioranza parlamentare) sia per permettere di
“ripartire da zero” a eventuali suoi successori che dovessero riprendere le
trattative: le proposte di Barak venivano così presentate alla controparte
palestinese come proposte di Clinton, con il risultato di generare in Arafat
l’impressione che il Presidente degli Stati Uniti stesse “favorendo” gli
israeliani.
Circa l’entità delle concessioni territoriali
israeliane a CD e nei negoziati successivi, il prof. Klein riferisce che a CD
Barak arrivò a proporre la restituzione dell’89,5% dei territori occupati
(Cisgiordania e Gaza); in contropartita per la rinuncia palestinese a questo
10,5% Barak avrebbe offerto territori dell’Israele pre-‘67 (le dune di Chalutzà
nel Negev) pari all‘1% della Cisgiordania e di Gaza, con un rapporto di
“concambio” di 1 a 10 (ma Gilead Sher, interpellato a proposito, ha preferito
non pronunciarsi su queste percentuali). Dall’articolo si evince anche che i
cosiddetti “parametri” per un accordo proposti il 23 dicembre 2000 da Clinton,
ormai dimissionario, per trovare un compromesso dell’ultim’ora prevedevano la
restituzione di una quota di territori occupati compresa tra il 94% e il 96%.
Infine, nel gennaio 2001 si svolse a Taba una maratona negoziale che si rivelò
vana ma, per altri versi, incoraggiante dato che le distanze, alla fine, si
erano ridotte al minimo; essa si svolse mentre l’intifada divampava e con Barak
dimissionario, a poche settimane dal voto per l’elezione del premier: secondo il
Jerusalem Report, a Taba la delegazione israeliana avrebbe offerto la
restituzione di una quota di territori in linea con i cosiddetti “parametri” di
Clinton (94-96%), proponendo in cambio territori israeliani con superficie pari
a metà del 4-6% annesso.
Sullo stesso numero del Jerusalem Report vengono
raccolte, per la parte palestinese, le testimonianze del negoziatore di CD Abu
Ala e dello studioso K. Shikaki. Innanzitutto, essi sottolineano come la
decisione presa a maggio del 2000 di convocare il vertice di CD era apparsa
subito ai loro occhi come la “cronaca di una catastrofe annunciata”. Arafat fu
costretto a prendervi parte sebbene egli avesse messo in guardia dai rischi di
un vertice in presenza di un divario ancora ampio tra le posizioni sul tavolo
negoziale; in particolare, nella preparazione del vertice sarebbe stata del
tutto trascurata la questione dei profughi. A loro avviso i tempi del negoziato
erano stati dettati dall’approssimarsi delle scadenze elettorali di Clinton, che
avrebbe lasciato l’incarico a novembre, e di Barak, che non poteva rinviare le
elezioni oltre la primavera del 2001. Entrando nel merito dei negoziati di CD,
gli esponenti palestinesi intervistati ridimensionano i dati riguardanti le
proposte territoriali israeliane, sostenendo che queste ultime prevedevano la
restituzione solo dell’80% dei territori occupati; il restante 20 per cento
annesso a Israele avrebbe di fatto spezzato la Cisgiordania in 3 cantoni senza
continuità geografica. Secondo i negoziatori palestinesi la trattativa era stata
male impostata “alla nascita” nel fissare come punto di partenza sulle questioni
territoriali non la risoluzione n. 242 dell’ONU (ossia i confini precedenti la
guerra del 1967), come sarebbe stato corretto a loro avviso, bensì la situazione
creata “de facto” dalla politica degli insediamenti condotta da Israele nei
territori occupati, dove dopo gli accordi di Oslo il numero di coloni è salito
di 80.000 unità, fino a circa 200.000. Infine, secondo gli esponenti palestinesi
ha avuto conseguenze assai negative il fatto che alla fine del vertice il
presidente Clinton, forse in buona fede ma venendo meno a un impegno preso alla
vigilia con Arafat, ha addossato pubblicamente a quest’ultimo la responsabilità
del fallimento di CD.
3. In due lunghe interviste concesse al
giornalista Ari Shavit e apparse su Haaretz a settembre del 2001 l’allora
ministro degli esteri Ben-Ami ripercorre lo svolgimento del fatidico
vertice fornendo interessanti elementi per ricostruirne la dinamica. Ben-Ami
riconosce in partenza che è stato un errore fatale quello di avere convocato CD
senza avere preparato in modo adeguato un compromesso sulla questione di
Gerusalemme. Peraltro, sull’altra questione che causò il fallimento del vertice,
quella del ritorno dei profughi, a suo avviso non sarebbe stato impossibile
trovare un compromesso: ciò viene suggerito dal fatto che nel gennaio 2001, a
Taba, i negoziatori palestinesi avanzarono la proposta di fare rientrare in
Israele 150.000 profughi scaglionati nell’arco di 10 anni, mentre Beilin fece la
controproposta di accettarne 40.000; i negoziati si interruppero nei giorni
successivi a causa del sopraggiungere delle elezioni.
Ben-Ami riconosce ai palestinesi il fatto che nel
1993 a Oslo essi avevano “rinunciato” al 78% della Palestina “storica”; essi
vedono il processo in corso come uno di “decolonizzazione” e quindi sono
riluttanti a fare compromessi. Tuttavia gli otto mesi di negoziati – tra il
vertice di CD di luglio 2000 e i negoziati di Taba del gennaio 2001 – mostrano
che il movimento nazionale palestinese ha anche degli elementi patologici: i
palestinesi ritengono più importante il “fare giustizia”, il “riparare i torti
subiti”, come dimostra la questione dei profughi, che non la riconciliazione e
una soluzione al conflitto. Ben-Ami è dell’avviso che Arafat, il cui ethos è
quello del vittimismo, in cuor suo non riconosca la legittimità dell’esistenza
di Israele e perciò non sia in grado di fare un compromesso con lo Stato
ebraico. Tuttavia Ben-Ami compie anche un’autocritica severa: lungi dall’avere
rivisto le sue posizioni di “colomba”, egli ribadisce il fatto che Israele non
può soggiogare un altro popolo, cosa che, la storia dimostra, non è mai riuscita
a lungo andare. Né si è ricreduto sul tema delle colonie nei territori: a suo
avviso è stato un atto di arroganza quello di investire così tante energie del
paese in un progetto, senza speranza, di insediamenti nel cuore di una
popolazione araba. Egli rimane inoltre convinto della necessità morale e
politica di creare uno stato palestinese.
4. Infine
Robert Malley, membro del team di negoziatori statunitensi a CD, ha proposto
la sua radiografia del fallimento del vertice in un lungo contributo uscito
sulla New York Review of Books in agosto 2001 (una versione condensata
delle sue tesi è apparsa poco tempo dopo sull’International Herald Tribune).
Egli ritiene che vi siano tre pericolosi “miti” da sfatare riguardo al vertice
di CD.
- Mito n. 1: A Camp Davidsono state messe alla prova le buone
intenzioni di Arafat ed egli ha deluso il mondo.
Secondo Malley non era pensabile che un conflitto che dura da cento anni come
quello israelo-palestinese e che affonda le radici in migliaia di anni, costato
decine di migliaia di vite umane, si potesse risolvere in una dozzina di giorni
senza che le questioni cruciali – territori, Gerusalemme, profughi – fossero
state preventivamente discusse e risolte dai due leader.
- Mito n. 2: Le
proposte fatte da Israele a CD soddisfacevano tutte, o quasi, le legittime
aspirazioni dei Palestinesi. Dopo avere descritto le proposte israeliane sui
tre punti principali del contenzioso, l’autore riconosce che le offerte di Barak
sono state di gran lunga le più generose mai fatte sino ad allora da parte di
Israele; altra cosa è, tuttavia, affermare che si sia trattato di offerte “da
favola”, sicuramente non lo erano dal punto di vista palestinese. In
particolare, Malley puntualizza che in tema di territori l’offerta finale di
Barak a CD era di restituire il 91% dei territori occupati nel 1967; su
Gerusalemme, Barak aveva proposto di restituire i quartieri musulmano e
cristiano della città vecchia, assieme ad alcuni quartieri di Gerusalemme est,
ma conservando per Israele la sovranità sulla spianata delle Moschee
(affidandola in custodia ai palestinesi).
- Mito n. 3: I palestinesi non hanno
fatto alcuna concessione. A suo avviso questa tesi trascura alcune
importanti concessioni fatte, sia pure implicitamente, dai palestinesi a CD:
- il riconoscimento dei confini di Israele del 4 giugno 1967;
- l’accettazione del principio di uno scambio di territori per consentire la permanenza dei blocchi di insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gaza;
- l’accettazione dell’annessione a Israele di parte di Gerusalemme est (i quartieri ebraici);
- l’accettazione della necessità di conciliare il ritorno dei profughi con le esigenze demografiche e di sicurezza di Israele.
Infine Malley propone anche due riflessioni più
generali. In primo luogo egli ritiene che la leadership palestinese non è stata
all’altezza della situazione né delle proprie responsabilità: essi
rimpiangeranno a lungo di non avere fatto delle controproposte più articolate e
più lungimiranti negli otto mesi di negoziati. In secondo luogo, Malley
riconosce che il vertice di CD non venne preparato adeguatamente e che fu un
grave errore il non predisporre una “soluzione di riserva” (optando invece per
una strategia di tipo “o la va o la spacca”). Tuttavia, a suo avviso non si può
assolutamente sostenere che CD sia stato convocato prematuramente: nella
primavera del 2000 tutti gli analisti erano concordi nel prevedere che, in
assenza di progressi significativi nel processo di pace, nel giro di pochi mesi
sarebbe scoppiata una rivolta nei territori dell’ANP; la decisione di affrontare
direttamente i delicati nodi dello ”status finale” della regione non fu
prematura ma, semmai, arrivò troppo tardi.
5. Quali conclusioni si possono trarre da questa
rassegna, in cui si è cercato di dare voce ai protagonisti diretti dei
negoziati? L’interesse di questi contributi sta soprattutto nel fatto che essi
sfatano una narrazione semplicistica ma assai diffusa secondo cui la
responsabilità del fallimento del vertice di CD sarebbe da addossarsi
interamente ai palestinesi; oltre a poggiare su basi poco solide, come mostrano
i documenti esaminati, tale vulgata – “Israele ha proposto ai palestinesi
l’inimmaginabile e questi hanno rifiutato e scatenato l’intifada, ergo non potrà
mai esservi pace con i palestinesi” – appare dannosa soprattutto in quanto
alimenta un pericoloso fatalismo.
La lezione di questi documenti è particolarmente
importante per il fronte pacifista in Israele e nell’ebraismo diasporico dove lo
smarrimento, accentuato dai tragici eventi dell’11 settembre e
dall’imbarbarimento dello scontro tra israeliani e palestinesi, si sta
trasformando in rassegnazione. Lo sforzo di sfatare certe ricostruzioni manichee
non rappresenta solo un esercizio intellettuale ma serve a comprendere che il
fallimento del vertice di Camp David del luglio 2000 non discende dal fatto che
gli accordi di Oslo e con essi il progetto di pace fossero stati male concepiti
ma è piuttosto una conseguenza delle politiche miopi – qualcuno l’ha definita
una “tragedia degli errori” – condotte dai protagonisti.